lunedì 19 novembre 2012

Aligi Pontani, Agnelli e Moratti, una farsa che ha stancato - 19 novembre 2012, La Repubblica.it

Reagiscono così: col sangue agli occhi (l'Inter) o a sangue freddo (la Juventus). Ma non ha nulla di interessante questa marcata diversità di stile di due club, i due più vincenti della storia calcistica italiana, che sembrano per il resto accomunati dalla stessa ossessione, diventata ormai rovinosa. Non si sa chi ne esca peggio, da questa giornata in cui entrambi hanno affondato le mani nel loro repertorio preferito: Calciopoli, Calciopoli, Calciopoli. Il "passato che non vorrei rivedere" dell'ossessionato Moratti di fronte al rigore non dato; il "clicca qui" dell'ossessionata Juventus, col link sul sito per rimandare alla relazione di Palazzi sui segreti dell'Inter negli anni dello scandalo.

Se qualcuno all'estero continuasse davvero a seguire il calcio italiano, proverebbe tristezza o forse compassione per questa schermaglia continua e angosciante: più che di provincia decaduta sa ormai di bega di quartiere. Un calcio che da quel 2006 in poi, guidato con illuminata saggezza da gente che infatti è pronta a ricandidarsi per finire l'opera, ha saputo vincere pochissimo e perdere tantissimo: spettatori, abbonati, appeal, credibilità, passione, soldi, campioni, allenatori, faccia. La colpa, dicono i presidenti, sarebbe degli stadi vecchi e inospitali, da rinnovare approvando in fretta e furia una legge, scritta, però, per fare dello stadio il centro di un quartiere, da costruire in deroga alle regole e alle tutele ambientali. Sarebbe questa la riforma da fare per salvarci dal declino e dalla povertà sportiva? Nessuno che dica che forse per salvarci servirebbe gente capace di avere un progetto per il futuro, invece di scannarsi sui rifiuti tossici del passato. Servirebbero presidenti - di federazioni, di leghe, di club, di Coni - in grado di evitare la farsa di ridicoli tavoli della pace  che durano due ore e pensare a una sorta di conferenza permanente per cambiare quello che va cambiato, che è tanto: la struttura arbitrale, certo, gli stadi, come no, la giustizia sportiva, è evidente. Ma anche il rapporto ormai patologico con le televisioni, peraltro sinistramente legato a una data di scadenza (il 2015), quella dei contratti, oltre la quale la malattia potrebbe decretare la morte del paziente, o la struttura abnorme e drogata dei tornei professionistici,  il crac di quelli semiprofessionistici, l'abbandono del settore giovanile e scolastico, lo strapotere dei procuratori, i limiti ai contratti, eccetera eccetera eccetera.

Di fronte a questa opera immane, che pure il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, deve avere ben chiara, se del ruolo di riformista ha voluto investirsi davanti a suoi azionisti, i due club più titolati in Italia sono sembrati come i duellanti di Conrad, o ancora peggio: due soldati rimasti soli a menarsi sciabolate mentre il loro mondo si sfascia. Quello che forse né Moratti né Agnelli sembrano aver percepito, troppo sensibili agli applausi delle rispettive e certo numerosissime claque di tifosi, è che questa faida ha stancato tutti gli altri, che sono anche loro numerosissimi: diciamo pure il resto degli italiani ancora ostinatamente appassionati al loro sport preferito, che resterebbe pur sempre un bene comune da difendere. Inutile contare su chi lo gestisce, rigorosamente chiuso in un penoso silenzio, accentuato dalle scadenze elettorali: vuoi tenerti la poltrona? Stai fermo e zitto. E a guardare la tv, non c'è tanto da sperare neppure nei politici, vecchi o nuovi, che sullo sport dicono cose che non si sentono neppure al bar. Coraggio, allora, aspettiamo il 2015, quando andando avanti così le tv staccheranno la spina. Sulle rovine di ciò che resta, a sangue caldo o a sangue freddo, qualcuno troverà il modo di dire che è stata tutta colpa di Calciopoli.


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sabato 7 luglio 2012

Concita De Gregorio: Giustizia e omissioni - La repubblica, 7/7/2012

Troppo tardi e troppo poco. È per queste due ragioni che non si riesce a sentirsi davvero al sicuro, al riparo di una solida e limpida democrazia. È per questo che la sentenza della Cassazione sulla Diaz genera sollievo, sì, perché una pagina di verità è stata scritta e certo assai peggio sarebbe stata un’assoluzione generale. Ma non basta, non riesce a ripristinare quella forse ingenua ma formidabile e condivisa sensazione di libera cittadinanza, di fiducia nel rispetto delle regole fondamentali, di possibilità di esprimersi e di manifestare consenso o dissenso che c’era prima.

Prima di Genova, perché come le torri gemelle hanno segnato uno spartiacque per il mondo intero, il G8 ha scandito, in Europa, un prima e un dopo. Oggi la tenacia del sostituto procuratore Pietro Gaeta restituisce agli italiani una stilla di giustizia, ed è un’ottima notizia che qualcosa sia cambiato nel Paese e si possa ricominciare a farlo. Le pubbliche scuse e le pesanti meditate parole di Giorgio Manganelli, attuale capo della Polizia, fanno sperare negli uomini: perché le istituzioni sono gli uomini che le incarnano. Ciò non toglie che sia troppo tardi, e troppo poco. Undici anni sono il tempo che separa un bambino delle elementari dalla sua laurea, un esordio agonistico dal ritiro, sono il tempo di mezzo di una vita: troppi per aspettare i punti di sutura ad una ferita, quella che si vede sanguinare dalla testa di uno dei giovani della Diaz nella foto sui giornali che, identica di anno in anno, ferma il tempo da allora. Troppi per la ferita collettiva a un sentimento ormai in cancrena.

Quelli che di noi erano alla Diaz, quella notte, sanno come sono andate le cose da quell’istante esatto. Dalle 23.30 del 21 luglio 2001. Sono andate come la sentenza assai tardivamente conferma, come ricostruisce per una piccola parte degli eventi da cui restano tuttavia esclusi i mandanti. Lo sanno con la precisione di un ricordo indelebile che chi ha potuto e voluto ha certificato fin dalle cronache del giorno dopo, nelle testimonianze ostinate e reiterate in tribunale, in ogni occasione pubblica e privata. Non ci volevano undici anni per dire che stavano tutti dormendo, nella scuola, che le luci erano spente quando sono arrivati i mezzi della Polizia e a centinaia i caschi blu. Che i vetri sono stati rotti dall’esterno verso l’interno, i cocci delle finestre erano tutti dentro, non uno in cortile.

Che l’irruzione è stata comandata a freddo, che chi dormiva si è svegliato e ha cercato di salvarsi correndo su per le scale ma molti sono rimasti dov’erano, invece, perché non capivano e non sapevano cosa dovessero temere, e sui loro sacchi a pelo sono stati massacrati. Che non c’erano passamontagna di black bloc in quella scuola, nulla è stato portato via quella notte che non fossero persone in barella.

Lo sappiamo da quell’istante perché lo abbiamo visto accadere minuto per minuto, abbiamo visto le luci accendersi dopo l’irruzione e sentito le urla salire lungo i piani, perché siamo entrati nella scuola subito dopo e a terra c’erano libri, diari, documenti, mutande, una bibbia in corridoio, una scatola di tampax per le scale, una copia del Don Chisciotte strappata, sangue dappertutto.

Sangue sui registri della scuola, sulle maniglie antipanico delle porte, sui banchi, tantissimo sangue nei bagni. E quella scritta, comparsa subito, pennarello su foglio bianco, in inglese: non lavate questo sangue.

Abbiamo visto in quel cortile, quella notte, il responsabile delle relazioni esterne della Polizia di Stato Roberto Sgalla, braccio destro di De Gennaro allora capo della Polizia, parlare al telefono cellulare fino ad operazioni concluse, per così dire. Fino a che il novantatreesimo corpo è stato portato via in barella. E abbiamo sentito il questore di Genova Colucci dire, poche ore dopo, che Sgalla era stato mandato alla Diaz da De Gennaro stesso, in quelle ore assente da Genova. Salvo ritrattare anni dopo, a processo, e modificare la versione: a convocare Sgalla, ha messo a verbale Colucci, sono stato io.

Da questa nuova versione è scaturita la sentenza che certifica l’estraneità di De Gennaro ai fatti. Non fu il capo della Polizia, dunque, a disporre “la macelleria messicana” della Diaz — dice quella sentenza — né furono gli esponenti politici del centrodestra al governo presenti in massa durante le operazioni, nessuno dei quali ha mai pronunciato una sola parola di autocritica, di giustificazione, di spiegazione. Se ne deduce che gli alti dirigenti di Polizia ora sospesi dalle pubbliche funzioni, molti dei quali nel frattempo promossi a più alti incarichi e infine, undici anni dopo, condannati, abbiano agito quella sera di loro iniziativa: che abbiano disposto a freddo la mattanza senza essere stati da alcuno autorizzati a farlo. Così, una loro idea.

Ricordiamo a chi avrebbero potuto chiedere un parere, proprio lì sul posto e sul momento, se ne avessero avvertita l’esigenza. A Gianfranco Fini, allora vicepresidente del Consiglio e in quei giorni prima in visita alla sala operativa della questura poi, il sabato della morte di Carlo Giuliani, chiuso nella caserma di San Giuliano. A Claudio Scajola, allora ministro dell’Interno ma fin da allora evidentemente inconsapevole. A Filippo Ascierto, ex carabiniere e responsabile Difesa di An, in quei giorni a capo di una delegazione di parlamentari costantemente presente negli uffici di pubblica sicurezza: tra la sala operativa e il comando provinciale dell’Arma alla vigilia dell’assalto alla Diaz transitarono con Ascierto Giorgio Bornacin, An, eletto a Genova, Federico Bricolo, Lega, Ciro Alfano, Biancofiore, e Giuseppe Cossiga, eletto con Forza Italia. Fu suo padre Francesco qualche settimana dopo a pronunciare al Senato il celebre discorso in favore di Scajola, alla vigilia del voto che rinnovava al ministro la fiducia del Parlamento.

In assenza dell’accertamento di una responsabilità politica e/o gerarchica le condanne di Gratteri, Luperi, Calderozzi e dei loro colleghi nulla dicono su quale sia stata la catena di comando che ha disposto il massacro della Diaz e qualche giorno dopo quello di Bolzaneto, carcere dove i reclusi venivano picchiati in cella al suono di Faccetta nera nei telefoni cellulari, suoneria del resto in voga ancora oggi negli uffici pubblici delle principali municipalizzate romane, chissà se è al corrente Alemanno. Giova infine ricordare, per quanto ovvio, che a Genova era naturalmente presente Silvio Berlusconi, allora e per molto tempo ancora presidente del Consiglio.

Della morte di Carlo Giuliani disse, quel pomeriggio: “Un inconveniente”.

Bene dunque che il clima sia cambiato, che si possa oggi salutare una pagina di verità con una consapevolezza collettiva che certo ci arriva anche dalle tragedie di Cucchi e Aldrovandi, chè il pericolo del sopruso vestito da istituzione è sempre in agguato. Bene le scuse, peccato per le omissioni. Resta ancora da scrivere, imminente, la sentenza per dieci manifestanti accusati di “devastazione e saccheggio”, termini adatti ad una guerra benché di guerre tra eserciti non si sia vista traccia, a Genova. Le guerre si combattono tra schieramenti avversi e in armi, non le combattono i cittadini che manifestano contro coloro che sono chiamati a garantire la sicurezza di tutti, anche la loro.

Per quei dieci manifestanti sono stati chiesti 100 anni di carcere.

Anche dall’esito di quella sentenza dipenderà la possibilità che la ferita del G8 possa cominciare, con così grave ritardo e tante amputazioni, a chiudersi.


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lunedì 2 luglio 2012

Aligi Pontani: Grazie, ma ora ripartiamo - La Repubblica.it, 2 luglio 2012

Adesso ringraziamo, tanto, quanto possiamo: grazie per la musica del pallone, per le emozioni e i brividi, i gesti, gli abbracci e le facce, di tutti i colori e tutte definitivamente italiane. Adesso ringraziamo, tanto, senza riserve, le sconfitte dure fanno parte del gioco. Ma, per favore, facciamolo con uno sguardo lungo. Perché stavolta l'occasione non si perda e l'onda alta di passione non finisca troppo presto contro uno scoglio. E' l'ultimo sogno che resta: quello di aver assistito a un evento che duri oltre il suo epilogo. Un grande mese di calcio che serva non per cancellare quelli orribili che lo hanno preceduto, ma per fare in modo di non viverne più in futuro.

La forza di un amore ritrovato, dopo l'oltraggio di mille tradimenti, riempie sempre di emozione, speranza, progetti. Ma è in realtà una forza fragile, costretta a lottare con i sospetti, le paure di rovinose ricadute. E il calcio italiano oggi è così, tutto vestito di una rinfrescata maglia azzurra, che racchiude però un corpo devastato dagli scandali. Un calcio, soprattutto, che quando ha avuto in dono le vittorie, le ha usate per nascondere i suoi delitti, mettere a tacere i critici, ingessare tutto, decidere sempre e comunque di non decidere mai. 



Ringraziamo, allora, soprattutto Prandelli, sconfitto ma gigantesco. Anche per avere sempre ricordato quanto è dura essere santi in un purgatorio come il nostro, con il 17° posto nel ranking Uefa giovanile a testimoniare la vergogna dell'incuria principale, quella verso i giovani. Ringraziamolo, tanto. Ma continuiamo a sognare, anche dopo la brutale ma limpida finale di Kiev. Sogniamo una scia lunga, una voglia di nuovo trasmessa dalla Nazionale che porti il calcio a non mettere più, mai più la testa sotto la sabbia. E non si parla solo dello scandalo scommesse: si parla degli stadi deserti e orrendi, degli ultrà centurioni, dei procuratori onnipotenti, dei vivai dimenticati, degli occhi ciechi con cui i presidenti italiani guardano al futuro, ubriacati dalla fonte generosa delle tv. Si parla di una Lega di serie A assente e prepotente, di una Federcalcio impotente con gli arroganti, gli stessi che hanno messo sempre i bastoni tra le ruote a Prandelli, e forte con i timidi, i club dalla serie B in giù che rischiano di morire di debiti, imbrogli, scommesse impicci.

Ecco, quando finiremo di ringraziare chi ci ha riempito di emozioni e di speranze, ricordiamoci di non dimenticare. E teniamoci forte: a fine agosto ricomincia il campionato.
  (02 luglio 2012)


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venerdì 16 marzo 2012

anche la fedina penale è minorenne [update del 25 febbraio 2012]

DOPO 17 ANNI DI REATI DI OGNI TIPO, 
STIAMO ANCORA A DISCUTERE SU RUBY...


reati commessi ma prescritti: 
  1. processo lodo mondadori, corruzione semplice. grazie alla concessione delle attenuanti generiche il reato - che in primo grado ha portato alla condanna di cesare previti - è stato dichiarato prescritto dalla corte d'appello di milano e dalla corte di cassazione. nelle motivazioni della cassazione, tra l'altro, si legge: "il rilievo dato [per concedere le attenuanti generiche] alle attuali condizioni di vita sociale ed individuale del soggetto [berlusconi è diventato presidente del consiglio], valutato dalla corte come decisivo, non appare per nulla incongruo."
  2. processo all iberian 1, finanziamento illecito ai partiti. I grado: condanna a 2 anni e 4 mesi per i 21 miliardi versati estero su estero, tramite il conto all iberian, a bettino craxi. appello: il reato cade in prescrizione, ma c'è: "per nessuno degli imputati emerge dagli atti l'evidenza dell'innocenza". cassazione: prescrizione confermata, con condanna al pagamento delle 11 spese processuali. nella sentenza definitiva tra l'altro si legge: "le operazioni societarie e finanziarie prodromiche ai finanziamenti estero su estero dal conto intestato alla all iberian al conto di transito northern holding [craxi] furono realizzate in italia dai vertici del gruppo fininvest spa, con il rilevante concorso di berlusconi quale proprietario e presidente. [...] non emerge negli atti processuali l'estraneità dell'imputato."
  3. processo lentini, falso in bilancio. I grado: il reato (10 miliardi versati in nero al torino calcio in occasione dell'acquisto del giocatore gianluigi lentini) è stato dichiarato prescritto grazie alla nuova legge sul falso in bilancio. appello: in corso.
  4. processo mediatrade-mills, corruzione, appropriazione indebita, frode fiscale, falso in bilancio sui diritti televisivi. indagini preliminari in corso alla procura di milano (pm alfredo robledo e fabio de pasquale), a carico di numerosi manager del gruppo, più il presidente di mediaset fedele confalonieri e il titolare silvio berlusconi. oggetto dell'indagine: una serie di operazioni finanziarie di acquisto di diritti cinematografici e televisivi da majors americane, con vorticosi passaggi fra una società estera e l'altra del gruppo berlusconi, con il risultato di far lievitare artificiosamente il prezzo dei beni compravenduti e beneficiare di sconti fiscali previsti dalla legge tremonti, approvata dal primo governo dello stesso berlusconi per detassare gli utili reinvestiti dalle imprese. il filone d'inchiesta deriva dal processo all iberian e indaga in particolare su due società estere collegate alla silvio berlusconi finanziaria (società lussemburghese), la century one e la universal one. sui conti di tali società hanno lasciato l'ultima traccia i fondi neri "distratti su conti bancari in svizzera, bahamas e montecarlo [...] nella disponibilità degli indagati [...] e gestiti da fiduciari di berlusconi". la cresta sulla compravendita dei diritti di film made in USA avveniva, secondo l'ipotesi accusatoria, in modo illegale: mediaset non li comprava direttamente ma dalle due sopra citate società offshore che a loro volta li cedevano ad altre società gemelle, facendo lievitare il prezzo ad ogni passaggio. la differenza tra il valore reale e quello finale consentiva di mettere da parte i fondi nbri. berlusconi avrebbe intascato un valore di oltre 280 milioni di euro in dollari, lire, franchi francesi e svizzeri e fiorini olandesi senza versare un centesimo in tasse. l'avvocato inglese mills, legale di berlusconi, è già stato condannato in primo grado e secondo grado, con prescrizione di una parte della condanna in cassazione (confermato solo il risarcimento dovuto alla presidenza del consiglio dei ministri, parte civile nel processo), berlusconi è ancora in attesa della sentenza dopo che il processo è stato sospeso prima a causa del lodo alfano (poi bocciato dalla Corte Costituzionale) e, successivamente, a causa della legge sul legittimo impedimento (poi bocciata parzialmente dalla corte costituzionale). entrambe le leggi sono state approvate durante il governo berlusconi IV. per questo reato la cassazione ha dichiarato berlusconi prescitto ma non assolto con formula piena grazie alla legge cirielli voluta da berlusconi.
reati commessi ma amnistiati:
  1. falsa testimonianza. la corte d'appello di venezia, nel 1990, dichiara berlusconi colpevole di aver giurato il falso davanti al tribunale di verona a proposito della sua iscrizione alla P2, ma il reato è coperto dall'amnistia del 1989. interrogato sotto giuramento berlusconi aveva detto: "non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2, ricordo comunque che è di poco anteriore allo scandalo [...] non ho mai pagato una quota di iscrizione, né mai mi è stata richiesta". berlusconi però si era iscritto alla P2 nel 1978 (lo scandalo è del 1981) e aveva pagato la sua quota. Così i giudici della Corte d'appello di Venezia scrivono: "ritiene il collegio che le dichiarazioni dell'imputato non rispondano a verità [...] smentite dalle risultanze della commissione anselmi e dalle stesse dichiarazioni rese del prevenuto avanti al giudice istruttore di milano, e mai contestate [...]. ne consegue quindi che il berlusconi ha dichiarato il falso", rilasciato "dichiarazioni menzognere" e "compiutamente realizzato gli estremi obiettivi e subiettivi del delitto di falsa testimonianza". ma "il reato va dichiarato estinto per intervenuta amnistia".
  2. acquisto dei terreni di macherio, appropriazione indebita, frode fiscale, falso in bilancio. I grado: assoluzione dall'appropriazione indebita e dalla frode fiscale (per 4.4 miliardi di lire pagati in nero all'ex proprietario dei terreni che circondano la villa di Macherio, dove vivono la moglie Veronica e i tre figli di secondo letto), prescrizione per i falsi in bilancio di due società ai quali "indubbiamente ha concorso berlusconi". appello: confermata l'assoluzione dalle prime due accuse. assoluzione anche dal primo dei due falsi in bilancio, mentre il secondo rimane ma è coperto da amnistia. 
assoluzioni:
  1. all iberian 2, falso in bilancio. assolto perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato in seguito alle riforme del governo berlusconi II.
  2. processo sme-ariosto, corruzione giudiziaria. a causa dei continui "impedimenti istituzionali" sollevati da berlusconi e dei conseguenti rinvii delle udienze, la posizione del premier è stata stralciata dal processo principale. è stato creato un processo parallelo, che però berlusconi ha sospeso fino al termine del suo incarico (o sine die, in caso di rielezione o di nomina ad altra carica istituzionale) facendo approvare a tempo di record il lodo maccanico-schifani, proprio alla vigilia della requisitoria, delle arringhe e della sentenza, e a 40 mesi dall'inizio del dibattimento.
  3. processo sme-ariosto 2, falso in bilancio. in seguito all'entrata in vigore delle nuove norme sul diritto societario, questo capo d'imputazione contestato a berlusconi per il denaro versato - secondo l'accusa- ad alcuni giudici, è stato stralciato. il processo è fermo in attesa che l'alta corte di giustizia europea si pronunci sulla conformità tra le nuove regole e le normative comunitarie. 
  4. tangenti alla guardia di finanza. I grado: condanna a 2 anni e 9 mesi per tutte e quattro le tangenti contestate (niente attenuanti generiche). appello: prescrizione per tre tangenti (grazie alle attenuanti generiche), assoluzione con formula dubitativa (comma II art.530 c.p.p) per la quarta. nelle motivazioni si legge: "il giudizio di colpevolezza dell'imputato poggia su molteplici elementi indiziari, certi, univoci, precisi e concordanti, per ciò dotati di rilevante forza persuasiva, tali da assumere valenza probatoria". cassazione: assoluzione. la motivazione contiene due riferimenti alla classica insufficienza di prove.
  5. processo medusa cinematografica, falso in bilancio. I grado: condanna a 1 anno e 4 mesi (10 miliardi di fondi neri che, grazie alla compravendita, vengono accantonati su una serie di libretti al portatore di silvio berlusconi). appello: assoluzione con formula dubitativa (comma 2 art. 530). berlusconi, secondo il collegio è così ricco che potrebbe anche non essersi reso conto di come, nel corso della compravendita, il suo collaboratore carlo bernasconi (condannato) gli abbia versato 10 miliardi di lire in nero. scrivono i giudici: "la molteplicità dei libretti riconducibili alla famiglia berlusconi e le notorie rilevanti dimensioni del patrimonio di berlusconi postulano l'impossibilità di conoscenza sia dell'incremento sia soprattutto dell'origine dello stesso". cassazione: sentenza d'appello confermata.
procedimenti archiviati: 
  1. traffico di droga. nel 1983 la guardia di finanza, nell'ambito di un'inchiesta su un traffico di droga, aveva posto sotto controllo i telefoni di berlusconi. nel rapporto si legge: «è stato segnalato che il noto silvio berlusconi finanzierebbe un intenso traffico di stupefacenti dalla sicilia, sia in francia che in altre regioni italiane. il predetto sarebbe al centro di grosse speculazioni edilizie e opererebbe sulla costa smeralda avvalendosi di società di comodo...». l'indagine non accertò nulla di penalmente rilevante e nel 1991 fu archiviata. 
  2. consolidato fininvest.  il gip fabio paparella ha dichiarato prescritti, sulla base della nuova legge sul falso in bilancio, i 1500 miliardi di lire di presunti fondi neri accantonati dal gruppo berlusconi su 64 off-shore della galassia all iberian (comparto B della fininvest). il pm francesco greco ha presentato ricorso in cassazione perché la mancata fissazione dell'udienza preliminare gli ha impedito di sollevare un'eccezione d'incostituzionalità e di incompatibilità con le direttive comunitarie delle nuove norme sui reati societari e con il trattato dell'ocse.
  3. concorso esterno in associazione mafiosa.  le inchieste delle procure di firenze e caltanissetta sui presunti "mandanti a volto coperto" delle stragi del 1992 (falcone e borsellino) e del 1993 (milano, firenze e roma) sono state archiviate per scadenza dei termini d'indagine. a firenze, il 14 novembre 1998, il gip giuseppe soresina ha però rilevato come berlusconi e dell'utri abbiano "intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista realizzato". aggiunge il giudice fiorentino che esiste "una obiettiva convergenza degli interessi politici di cosa nostra rispetto ad alcune qualificate linee programmatiche della nuova formazione [forza italia]: articolo 41 bis, legislazione sui collaboratori di giustizia, recupero del garantismo processuale asseritamente trascurato dalla legislazione dei primi anni 90". poi aggiunge che, nel corso delle indagini, addirittura "l'ipotesi iniziale [di un coinvolgimento di berlusconi e dell'utri nelle stragi] ha mantenuto e semmai incrementato la sua plausibilità". ma purtroppo è scaduto "il termine massimo delle indagini preliminari" prima di poter raccogliere ulteriori elementi. il gip di caltanissetta giovanni battista tona ha scritto: "gli atti del fascicolo hanno ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra uomini appartenenti a cosa nostra ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati [berlusconi e dell'utri]. ciò di per sé legittima l'ipotesi che, in considerazione del prestigio di berlusconi e dell'utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell'organizzazione quali eventuali nuovi interlocutori". ma "la friabilità del quadro indiziario impone l'archiviazione". c'è, infine, la sentenza della corte di assise di appello di caltanissetta, che il 23 giugno 2001 ha condannato 37 boss mafiosi per la stbage di capaci: nel 14 capitolo intitolato esplicitamente "i contatti tra salvatore riina e gli on. dell'utri e berlusconi", si legge che è provato che la mafia intrecciò con i due "un rapporto fruttuoso quanto meno sotto il profilo economico". talmente fruttuoso che poi, nel 1992, "il progetto politico di cosa nostra sul versante istituzionale mirava a realizzare nuovi equilibri e nuove alleanze con nuovi referenti della politica e dell'economia". cioè a "indurre nella trattativa lo stato ovvero a consentire un ricambio politico che, attraverso nuovi rapporti, assicurasse come nel passato le complicità di cui cosa nostra aveva beneficiato".
  4. caso saccà, corruzione e istigazione alla corruzione. nel 2007, silvio berlusconi è stato indagato dalla procura di napoli con l'accusa di aver corrotto l'allora presidente di raifiction agostino saccà e di aver istigato alla corruzione nino randazzo e altri senatori della Repubblica «in altri episodi non ancora identificati». l'accusa era basata essenzialmente su una decina di registrazioni telefoniche effettuate tra i mesi di giugno e novembre 2007. secondo la procura di napoli, saccà aveva il compito di piazzare in rai le attrici raccomandate da berlusconi, in cambio di un aiuto nella sua futura attività privata ("agostino, ti contraccambierò quando sarai imprenditore"); nell'ipotesi d'accusa berlusconi avrebbe segnalato un nome vicino ad un senatore del centro-sinistra (allora al governo con una maggioranza risicata in senato), in modo da accattivarsi la sua simpatia e convincerlo a passare nella formazione di centro-destra e, di conseguenza, a causare la caduta del governo prodi. nel luglio 2008, su richiesta dei difensori di silvio berlusconi, gli atti del procedimento sono stati trasferiti a roma a causa dell'incompetenza territoriale del tribunale di napoli (dato che le telefonate "cruciali" per il reato contestato al cavaliere erano avvenute mentre i due interlocutori erano a roma). il 17 aprile 2009 il gip pierfrancesco de angelis ha archiviato il caso, poiché Saccà "non era da considerare un incaricato di pubblico servizio". pochi giorni dopo, precisamente il 24 aprile 2009, sono state distrutte le intercettazioni raccolte a napoli sul caso.
  5. abuso d'ufficio. il 3 giugno 2009 silvio berlusconi è stato iscritto nel registro degli indagati dal procuratore della repubblica di roma giovanni ferrara, con l'accusa di abuso d'ufficio. le indagini si riferiscono ad un presunto abuso nell'utilizzo degli aerei del 31º stormo dell'aeronautica militare di stanza a ciampino, finalizzato al trasporto del presidente del consiglio e di altre persone (tra cui mariano apicella) ad una serata di intrattenimento tenutasi in sardegna, a villa certosa. il 16 giugno 2009 la procura ha richiesto l'archiviazione delle indagini dopo aver accertato che su tutti i voli era presente almeno una persona autorizzata ad usufruirne (berlusconi), constatando che per il resto "l'utilizzo della flotta non è disciplinato da alcuna disposizione di legge o regolamento, ma soltanto da direttive della presidenza del consiglio dei ministri". anche l'ipotesi di peculato, avanzata in un primo tempo, è stata scartata.
procedimenti ancora in corso:
  1. diffamazione aggravata dall'uso del mezzo televisivio. silvio berlusconi risulta attualmente indagato dalla procura di roma per diffamazione aggravata dall'uso del mezzo televisivo, in relazione alla vicenda delle dichiarazioni dell'allora premier in merito alle relazioni tra le cosiddette cooperative rosse e camorra durante una intervista rilasciata il 3 febbraio 2006 ad una emittente nazionale. l'iscrizione è avvenuta in seguito alla querela presentata dal presidente della lega nazionale delle cooperative poletti.
  2. concussione e minaccia a un corpo politico, amministrativo e giudiziario. Nel marzo 2010 silvio berlusconi, assieme al commissario dell’autorità per le garanzie nelle comunicazioni giancarlo innocenzi, è stato formalmente iscritto nel registro degli indagati della procura di trani. secondo il pm michele ruggiero berlusconi avrebbe esercitato "pressioni sull'agcom per arrivare alla chiusura di annozero". in altre intercettazioni della guardia di finanza di bari, invece, il premier si lamenterebbe anche di ballarò e parla con me.
ORA SÌ CHE POSSIAMO PARLARE DI "RUBY RUBACUORI":
  1. favoreggiamento della prostituzione minorile. per i presunti rapporti sessuali che avrebbe intrattenuto fra il febbraio e il maggio 2010 con kharima el marhoug, detta "ruby", egiziana, minorenne all'epoca dei fatti. 
  2. concussione aggravata. nei confronti di funzionari della questura di milano per ottenere il rilascio di kharima el marhoug, trattenuta negli uffici di polizia nel maggio 2010 perché accusata di furto, e il suo affidamento alla consigliere regionale lombarda del pdl nicole minetti.


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Tav, tutte le obiezioni ai 14 punti del governo Luca Mercalli: “Opera dannosa e costosa” - il Fatto Quotidiano, 15 marzo 2012

E così il governo tira finalmente fuori alcune risposte ai dubbi sul Tav Torino-Lione. Posto che una seria valutazione non si fa a colpi di comunicati e dibattito sui giornali, ma attivando una apposita commissione tecnica indipendente, accenniamo qui ad alcune obiezioni. Secondo il team tecnico della Comunità montana Valli Susa e Sangone, i 14 punti appaiono “affrettati, superficiali, parziali e qua e là inesatti; in ogni caso mancano i riferimenti agli studi che dovrebbero esserne la base e che, se esistono, continuano a essere coperti da segreto di Stato”. Il riferimento alla riduzione delle emissioni di gas serra e ai benefici ambientali dell’opera non è credibile, in quanto la letteratura scientifica internazionale attribuisce a opere simili pessime prestazioni energetiche e qui si afferma il contrario senza fornire un’Analisi del Ciclo di Vita (LCA) o un semplice bilancio di carbonio verificabile, invocati da anni.

Il nuovo tunnel di base, tra energia e materie prime spese in fase di realizzazione ed energia di gestione, inclusa quella per il raffreddamento dell’elevata temperatura interna alla roccia, produrrebbe più emissioni della linea storica a pieno carico di merci e passeggeri, in palese contrasto con gli obiettivi europei di efficienza energetica 20-20-20. Per limitare l’impatto psicologico e diluire quello finanziario a carico dei contribuenti si tende nei 14 punti a frammentare l’opera in sezioni indipendenti più piccole, che tuttavia non permetterebbero da sole di raggiungere le prestazioni promesse.

Un esempio: si dichiara una riduzione dei tempi di percorrenza tra Torino e Chambéry pari a 79 minuti, solo grazie al nuovo tunnel di base, rimanendo invariati i raccordi. Ma tale risultato è irraggiungibile senza la realizzazione dell’intera tratta, in quanto implicherebbe velocità prossime ai 500 km/h in tunnel a fronte di una velocità di progetto di 220 km/h. Delle tre ore di riduzione tempi di percorrenza sulla tratta Parigi-Milano enunciate al punto 6, già ora circa 40 minuti sarebbero recuperabili facendo transitare i Tgv sulla nuova e sottoutilizzata linea ad alta velocità Torino-Milano, sulla quale tuttavia i treni francesi non sono ammessi per discutibili scelte sui sistemi di segnalamento, che pure l’Europa individua come primo fattore da armonizzare per le reti transeuropee. Al punto 11 si arriva addirittura ad affermare che “il progetto non genera danni ambientali diretti ed indiretti” il che è ovviamente impossibile, un’opera di questo genere presenta inevitabilmente enormi criticità ambientali e sanitarie, evidenziate perfino nelle relazioni progettuali Ltf, che si può tentare di mitigare e compensare, ma non certo eliminare. L’unico modo per non avere impatti “nel delicato ambiente alpino” è lasciarlo indisturbato!

I posti di lavoro promessi, oltre che sovrastimati, riguarderebbero principalmente gli scavi in galleria, dunque notoriamente temporanei, insalubri e di modesta qualificazione professionale, in genere coperti da emigrati da paesi in via di sviluppo. Le prestazioni della linea esistente vengono minimizzate sulla base della vetustà e non delle sue effettive capacità. Nel 2010 infatti la linea attuale è stata utilizzata a meno del 12% delle sue potenzialità. Un tunnel è un tunnel, non può essere né vecchio né nuovo allorché svolge la sua funzione di condotto. Il Frejus, benché ultimato nel 1871, a differenza di quanto affermato al punto 8 “dove non entrano i containers oggi in uso per il trasporto merci” è stato recentemente ampliato per consentire il passaggio di container a sagoma GB1 (standard europeo), spendendo poco meno di 400 milioni di euro. Non è chiaro perché il collaudo tardi ancora o, se c’è stato, perché permangano i limiti preesistenti ai lavori. Quanto alla pendenza della linea storica, indicata al punto 6 nel 33 per mille, si rileva che il valore medio è attorno al 20 per mille, e solo 1 km raggiunge il 31 per mille e non il 33. L’energia spesa per raggiungere la quota massima del tunnel del Frejus a 1335 metri viene inoltre in buona parte recuperata nel tratto di discesa.

Si ricorda che negli Stati Uniti l’unico tunnel che attraversa il Continental Divide nelle Montagne Rocciose del Colorado, il Moffat Tunnel, lungo 10 km, è a binario unico e culmina a ben 2817 m, e dal 1928 viene ritenuto ancora perfettamente efficiente.

In conclusione: c’è già una ferrovia funzionante lungi da essere paragonata a una macchina da scrivere nell’era del computer; l’attuale domanda di trasporto è enormemente inferiore alla capacità della linea; costruire un’altra linea in megatunnel costa una cifra spropositata in un momento così critico per la nostra economia; l’Europa non ci ha imposto niente, tant’è che non ha ancora deciso se finanziare o meno il tunnel di base; la valutazione di impatto ambientale dell’intero progetto non è mai stata effettuata; l’analisi completa costi-benefici non è ancora stata pubblicata; il bilancio energetico non è disponibile. E nel frattempo, intorno alla torta si affollano anche troppi commensali, tutti interessati a partire con i lavori, non importa come, purché si cominci a scavare.


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giovedì 15 marzo 2012

Il Garante Pizzetti: con il «salva Italia» privacy in pericolo, troppi controlli strappo allo stato di diritto - il Sole 24ore, 13 marzo 2012

Sulla limitazione, e successiva esclusione, dell'applicazione del Codice sul trattamento dei dati personali alle persone giuridiche (previste prima dal decreto sviluppo del 31 maggio 2011 e poi da quello «Salva Italia» del 6 dicembre), il presidente del Garante per la protezione dei dati personali, Francesco Pizzetti, si interroga se «si sia operato con sufficiente ponderazione. Finora - ha ricordato nel corso della sua relazione per la presentazione del volume "Sette anni di protezione dati in Italia" - noi potevamo assicurare alle imprese e alle persone giuridiche un alto livello di protezione. Oggi tutto questo non è più possibile».

Rischio aumento dello spread fra democrazie italiana e ocidentali
Per il Garante della privacy, la richiesta sempre più massiccia di accesso ai dati personali dei cittadini da parte degli uffici pubblici che combattono l'evasione fiscale o l'illegalità in settori come la previdenza è comprensibile, ma «è importante che si consideri questa una fase di emergenza dalla quale uscire al più presto perché può condurre a fenomeni di controllo sociale di dimensioni spaventose». Altrimenti «lo spread fra democrazia italiana e occidentali crescerebbe».

Le nuove norme sui controlli fiscali uno strappo allo Stato di diritto
Per Francesco Pizzetti, che oggi ha tracciato un bilancio dei sette anni trascorsi al vertice dell'Authority sulla riservatezza, le nuove norme sulla trasparenza amministrativa nei controlli fiscali rappresentano «strappi forti allo Stato di diritto». Da qui, l'appello a tenere sotto controllo «la spinta al controllo e all'acquisizione di informazioni sui comportamenti dei cittadini che cresce di giorno in giorno». È proprio dei sudditi «essere considerati dei potenziali mariuoli - ha proseguito Pizzetti -. È proprio dello Stato non democratico pensare che i propri cittadini siano tutti possibili violatori delle leggi. In uno Stato democratico, il cittadino ha il diritto di essere rispettato fino a che non violi le leggi, non di essere un sospettato a priori». 

Cresce la spinta al controllo
«Sentiamo il bisogno di lanciare questo monito - ha aggiunto - anche perché vediamo che è in atto, a ogni livello dell'amministrazione, e specialmente in ambito locale, una spinta al controllo e all'acquisizione di informazioni sui comportamenti dei cittadini che cresce di giorno in giorno. Un fenomeno che, unito all' amministrazione digitale, a una concezione potenzialmente illimitata dell'open data e all'invocazione della trasparenza declinata come diritto di ogni cittadino di conoscere tutto, può condurre a fenomeni di controllo sociale di dimensioni spaventose». 

Privacy, nel 2011 358 violazioni e sanzioni per 3 milioni di euro
Nel 2011 l'Autorità Garante per la protezione dei dati personali ha contestato 358 violazioni amministrative: una parte consistente ha riguardato le attività promozionali indesiderate, l'attivazione di servizi non richiesti e le strutture sanitarie pubbliche e private. Le violazioni segnalate all'autorità giudiziaria sono state 37 e le sanzioni amministrative riscosse ammontano a oltre 3 milioni di euro. È quanto emerge dal volume 'Sette anni di protezione dati in Italià, presentato oggi dall'Autorità, composta da Francesco Pizzetti, Giuseppe Chiaravalloti, Mauro Paissan e Giuseppe Fortunato, per celebrare la conclusione del mandato. 

L'Authority ha fornito riscontro a 3.668 quesiti
Nel 2011 sono stati adottati 519 i provvedimenti collegiali. L'Autorità ha fornito riscontro a 3668 tra quesiti, reclami e segnalazioni con specifico riferimento alle seguenti aree tematiche: telefonia, Internet e informatizzazione, sanità e servizi di assistenza sociale, videosorveglianza, rapporti di lavoro. Sono stati decisi 257 ricorsi, inerenti soprattutto a banche e società finanziarie, datori di lavoro pubblici e privati, attività di marketing sistemi di informazioni creditizie, operatori telefonici e telematici. 

Compiute 447 ispezioni
Raddoppiato rispetto all'anno precedente il numero dei pareri resi dal Collegio al Governo: sono stati 32 ed hanno riguardato, in particolare, la tutela della salute, la digitalizzazione del processo civile e penale, il lavoro e la previdenza, la formazione, la protezione civile e la sicurezza stradale, l'applicazione del Codice dell'amministrazione digitale e l'informatizzazione della P.A. Sono state compiute 447 ispezioni, effettuate in diversi settori: le strutture sanitarie pubbliche e private, i fornitori di servizi di pubblica utilità, il sistema della fiscalità, le società di marketing e le società che forniscono servizi informatici in modalità cloud computing. 

In aumento l'attività di relazione con il pubblico
L'attività di relazione con il pubblico è aumentata rispetto l'anno precedente: sono stati forniti oltre 31.200 riscontri tra contatti telefonici (13.000) ed e-mail esaminate (18.214), che hanno riguardato, in particolare, le problematiche legate al telemarketing, alle e-mail e ai fax indesiderati, ad Internet, alla videosorveglianza ed agli adempimenti in materia di protezione dei dati personali.


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mercoledì 1 febbraio 2012

L’atto d’accusa a Cammarata.Cronaca di un disastro totale - Roberto Immesi, LiveSicilia, 1 febbraio 2012

Ottantadue pagine fitte di nomi, cognomi, cifre e riferimenti normativi che fanno le pulci a dieci anni di amministrazione Cammarata. La relazione degli ispettori regionali, in seguito agli esposti di Idv e Un’Altra Storia, è arrivata a Palazzo delle Aquile soltanto ieri e mette nero su bianco le inadempienze dell’ente. Alla relazione, però, manca la parte più importante: quella economico-contabile, che passa al setaccio i conti del Comune che in molti danno per vicini al dissesto. Intanto, però, di carne al fuoco ce n’è già parecchia. Si va dalla mancata adozione del piano del traffico alle nomine dei dirigenti, dalle problematiche urbanistiche ai consulenti esterni, dal piano di comunicazione ai cimiteri, passando per i container di via Messina Montagne, il centro storico, i rifiuti, l’assegnazione dei beni confiscati e le società partecipate. E solo perché già stanno indagando gli organi competenti, non sono stati trattati l’utilizzo irregolare di dipendenti Gesip, i tassi di smog e la discarica di Bellolampo, “argomenti aventi natura di violazioni di norme penali”, come si legge nella relazione. Nel complesso, comunque, il resoconto degli ispettori è una fotografia impietosa dell’ultimo decennio, in cui più volte l’ex sindaco avrebbe violato norme e disposizioni di legge e che, codice alla mano, avrebbero consentito alla Regione di poter riumuovere il primo cittadino dal suo incarico. Ma la relazione, come fanno polemicamente notare i consiglieri Alberto Mangano e Antonella Monastra, è giunta solo ora, ad insediamento già avvenuto del commissario.

PIANO TRAFFICO
Il Piano urbano del Traffico (Put) è un atto obbligatorio dal 1992. La giunta, dopo tre anni di lavori, lo adotta nell’ottobre del 1998 e, dopo le osservazioni, nel 1999 approda in consiglio comunale; peccato che non sia stato mai trattato e, anzi, venga restituito agli uffici nel gennaio 2002 da Cammarata. Inoltre, malgrado le reiterate richieste del dirigente competente, l’amministrazione non stanzia un solo euro nel Piano economico di gestione (Peg) per la realizzazione del Put. Nonostante ciò, il Comune nel marzo del 2002 istituisce le Ztl (zone a traffico limitato) che amplia nel 2005 e rimodula nel 2006, e procede al’appalto del servizio fino a quando, nel 2008, il Tar annulla tutto proprio per la mancanza del Put, con un aggravio di spesa del comune che deve restituire i soldi ai cittadini possessori dei pass.

CONSULENTI ESTERNI E DIRIGENTI
Quello dei consulenti è probabilmente uno dei capitoli più spinosi della relazione, senza dubbio il più lungo e corposo. Si parte dall’incarico di project manager del Pit 7 “Palermo capitale dell’Euromediterraneo”, per il quale l’amministrazione “non ha effettuato alcuna procedura comparativa”, agli esperti del sindaco: Lorenzo Ceraulo, Daniela Palumbo, Silvia Signorino e Sebastiano Bavetta. Questi ultimi, però, non hanno prodotto tutte le relazioni necessarie, tra il 2008 e il 2009, e in più il sindaco non ha trasmesso al consiglio comunale “una dettagliata relazione sull’attività svolta dagli esperti”. Senza considerare che gli ispettori lamentano il fatto che, dalla documentazione acquisita, “non si evince se Daniela Palumbo e Silvia Signorino siano in possesso della laurea”, necessaria per legge a meno di provvedimento motivato. La relazione passa poi al setaccio le undici consulenze a titolo gratuito, fra cui figurano anche Carlo Vizzini, Dario Allegra e Stefano Mangano. Di questi undici, non ce n’è uno il cui disciplinare d’incarico sia in regola: a volte è incompleto, a volte inesistente. In più, l’amministrazione non avrebbe verificato la presenza di professionalità equivalenti nella propria pianta organica, né attuato procedure comparative. Capitolo a parte per i 37 incarichi di collaborazione esterna per le attività di informazione e promozione, fra cui rientrano anche i componenti dell’ufficio stampa. Anche qui, nessuna procedura comparativa e affidamento diretto, senza peraltro alcun pronunciamento da parte di Sala delle Lapidi. Analoghi rilievi vengono sollevati per i funzionari comunali divenuti dirigenti per nomina fiduciaria.


SITUAZIONE FINANZIARIA DEL COMUNE
Sulla tenuta dei conti, la relazione boccia il Comune su tutta la linea. Dall’aumento dell’Irpef del settembre 2009, che doveva servire a rimpinguare il corrispettivo di Amia e che viene ritirato a fronte di un ricorso al Tar, alla vicenza Ztl, che costringe l’ente a spendere, solo di spese postali per la restituzione dei pass, oltre 900.000 euro. Somma a cui vanno aggiunti i costi sostenuti dinanzi al Tar e la percentuale dovuta al concessionario. Inoltre, i disallineamenti fra crediti avanzati da Gesip, pari a oltre 20 milioni, e i residui passivi corrispondenti presenti in bilancio, pari a meno di 15; l’utilizzo del fondo di riserva, dal 2006 al 2009, per l’acquisto di libri, riviste, piani di comunicazione, pagamento tasse, noleggio mezzi, pubblicità, pellegrinaggi a Santa Rosalia, feste dei Vigili Urbani e consulenze; i rilievi della Corte dei Conti, che vanno dalle stabilizzazioni agli eccessivi residui attivi, dai debiti fuori bilancio ai debiti con le partecipate, dalla scarsa capacità a riscuotere le tasse ai ritardi nell’approvazione di alcuni documenti contabili.

BUONI LIBRO
Il Comune non eroga i buoni libro agli alunni delle scuole elementari e medie, nonostante la Regione regolarmente stanzi le somme pari a oltre 1,4 milioni di euro all’anno dal 2007 a oggi. Una vicenda che portai genitori degli studenti a fare causa al comune, che risulterebbe probabilmente soccombente, e che potrebbe – si legge nella relazione – “far scaturire grave danno all’erario”. Una situazione a cui la giunta non pone rimedio nemmeno negli anni successivi, come raccontato da Livesicilia lo scorso settembre.

PIANO DI COMUNICAZIONE
Nel 2009 l’ufficio Cerimoniale del sindaco adotta un piano di comunicazione progettato dall’architetto Placido Scarpello per un importo di quasi 270mila euro. Peccato che non solo il progetto non risulti approvato dalla giunta, ma che il parere di congruità venga dato dallo stesso Scarpello. Il piano, sottolineano gli ispettori, “si limita ad una vera e propria elencazioni di passaggi televisivi, senza alcune stima dei costi”. L’affidamento del servizio avviene in forma “diretta”, con notevoli disparità economiche fra i diversi affidamenti, e in assenza di procedure ad evidenza pubblica.

CONTAINER DI VIA MESSINA MONTAGNE
Nell’aprile 2007 inizia l’odissea delle famiglie che occupano Villa Florio. Il Comune, in meno di venti giorni, affida a una ditta il compito eseguire i lavori necessari per la collocazione di 24 container in via Messina Montagne per ospitare le famiglie in questione. Peccato che i container divengano disponibili solo otto mesi dopo, visto che al momento della consegna risultano devastati e fatiscenti. Addirittura due non possono nemmeno essere recuperati, tanti sono i danni. Inoltre, il progetto per la sistemazione viene eseguito senza il parere igienico-sanitario; la manutenzione risulta carente, irregolare e intempestiva, con conseguente degrado igienico; non vengono effettuati i sopralluoghi necessari.

BENI CONFISCATI
Il 50% dei beni confiscati è inutilizzato e i criteri e le procedure di assegnazione – si legge nella relazione – “consentono notevoli discrezionalità nell’individuazione degli assegnatari”, che spesso non possono eseguire i lavori necessari per utilizzarli, situazione che ha portato alla revoca di 28 assegnazioni. Inoltre, i controlli della Polizia municipale portano a scoprire beni assegnati in cui non vengono svolte le attività sociali previste, oppure chiusi e abbandonati, senza che il settore Risorse immobiliari prenda i dovuti provvedimenti.

CIMITERI
Il Comune provvede all’assegnazione di 17 cappelle funerarie storiche, di cui 15 gentilizie e 2 murali, collocate nei vari cimieri della città: 13 ai Rotoli, 2 a Santa Maria di Gesù e 2 ai Cappuccini. Assegnazioni per le quali vengono stipulati 13 contratti e che permettono all’ente di incassare circa 350.000 euro. Ma l’amministrazione, così come scrivono gli ispettori, procede ad assegnazioni ad personam, in violazione dell’apposito regolamento comunale che prevede il 50% delle concessioni sulla base di criteri di anzianità di domanda e il restante 50% sulla base dell’età. Circostanze che portano la Procura della Repubblica ad indagare ma che non fanno recedere l’amministrazione, che a fine 2007 revoca le concessioni solo per le quattro cappelle per le quali non viene firmato un contratto e che non si costituisce nemmeno parte civile. “E’ evidente – si legge nella relazione – che eventuali pretese risarcitorie certamente vedrebbero soccombente il comune di Palermo”.

STATUTO COMUNALE
Il Comune non riesce a modificare il proprio statuto. O almeno ci prova da dieci anni, senza praticamente esservi mai riuscito. Nonostante una legge regionale del 2000 imponesse ai comuni di adeguare gli statuti “entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della legge”e una del 2008 obblighi gli enti a recepire le nuove norme sulla composizione delle giunte “entro il rinnovo della cariche elettive”, cioè entro le prossime elezioni, nulla ancora si è mosso. Gruppi di lavoro, incontri con la commissione competente, schemi approvati dalla giunta e osservazioni dei cittadini, nonché un intervento del difensore civico, non sono bastati per aggiornare la carta fondamentale dell’ente all’attuale normativa.


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lunedì 28 novembre 2011

Intervista a Luciano Gallino. La guerra tra il capitale e i lavoratori è finita (e i lavoratori l’hanno persa) - Paolo Calabrò, 28 novembre 2011



Luciano Gallino è professore emerito, già ordinario di Sociologia, all'Università di Torino. Si occupa da tempo delle trasformazioni del lavoro e dei processi produttivi nell'epoca della globalizzazione. Tra i suoi numerosi volumi: La scomparsa dell'Italia industriale (2003), L'impresa irresponsabile (2005), Con i soldi degli altri (2009) e Finanzcapitalismo (2011). 

L’ultimo suo libro si chiama “FinanzCapitalismo. La civiltà del denaro in crisi”. Che tipo di crisi stiamo attraversando?
È una crisi che ha diverse facce. La più evidente è quella che imperversa sui media, giustamente, la crisi finanziaria. Anche detta crisi dell’economia reale, non soltanto a causa del calo della produzione, ma perché alcuni settori produttivi stanno entrando in una fase di difficoltà permanente. Ma si parla poco di un’altra faccia di questa crisi, quella sociale, della disoccupazione che sta raggiungendo un’ampiezza ormai mondiale, in Paesi cosiddetti “sviluppati” che avevavo dimenticato crisi simili (non avendone più subite da molti decenni). L’altro aspetto dimenticato è quello dell’ecologia, la cui crisi è passata in secondo piano rispetto ai problema economici, ritenuti più urgenti.
Lo scopo dell’economia capitalistica è accumulare la ricchezza. La finanza non è forse la massima espressione di questa intenzione?
L’economia capitalistica ha per lungo tempo accumulato ricchezza producendo merci (non che non c’entrasse la finanza: la finanza esiste da secoli, era già molto sviluppata alla metà dell’Ottocento). Ma il meccanismo di base era finanziare la produzione di merci e guadagnare in conseguenza della vendita delle merci. Il capitalismo finanziario ha soppresso il termine intermedio: esso produce il denaro mediante il denaro, senza produrre nessuna merce. Le transazioni in Borsa (che a moltissimi creano ansia, più volte al giorno) sono per l’80% puramente speculative, che non sono servite per costruire scuole o ospedali o prodotti utili alla persona. La finanza ha travalicato le sue importanti - ed entro certi limiti essenziali - funzioni: quelle di garantire il risparmio, assicurare i mezzi di pagamento, concedere prestiti. L’odierna finanza è come un motore inceppato che alimenta solo se stesso, con le conseguenze che tutti conosciamo.

È facile fare finanza “con i soldi degli altri”, come recita un altro Suo significativo titolo. Ma il paradosso è poi che sono proprio questi “altri” a farne le spese.
Con quel titolo intendevo riprendere il titolo un saggio economico dei primi del Novecento, in cui l’autore attacca duramente le Banche. Io a mia volta mi riferivo ai cosiddetti Investitori istituzionali, ai Fondi pensione, i Fondi comuni e altre componenti delle Assicurazioni, che gestiscono i fondi dei lavoratori, per un ammontare che va dai 26 ai 28 trilioni di dollari, cioè quasi la metà del PIL mondiale. Questo denaro viene gestito in un modo che anche i risparmiatori alla fine trovano utile, cioè con l’obiettivo del massimo rendimento; il problema è che, essendo questo l’unico obiettivo, i fondi vengono indifferentemente utilizzati per finanziare servizi alla persona o armamenti nucleari. Non fa differenza: conta solo il massimo rendimento. Gli investitori istituzionali sono dunque soggetti spregiudicati che non hanno nessun interesse a investire dove può essere più utile alla società. In particolare, il “capitale del lavoro” non ha nessuna possibilità di indirizzare le proprie risorse: la scelta è affidata completamente (e ciecamente), appunto, agli investitori istituzionali.
In quel libro parla anche del “Partito di Davos”. Che cos’è?
Ho utilizzato quest’espressione per designare quell’associazione di manager, imprenditori e politici di altissimo rango che si sono assunti il compito di diffondere nel mondo i principi del credo neoliberale che riguarda certo l’economia, ma anche la politica e perfino l’istruzione, la gestione dei beni pubblici e così via. Questa associazione si riunisce ogni anno tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, nella cittadina svizzera di Davos. C’è anche lì qualche eccezione: non tutti sono seguaci dell’ideologia neoliberale, ma resta il fatto che da lì emergono quelle che saranon poi le indicazioni strategiche per i governi di tutto il mondo. Unico obiettivo: liberalizzare ulteriormente l’economia (nonostante i disastri che ciò comporta, e che sono sotto gli occhi di tutti).
Il suo giudizio sul governo Monti?
Sembrerebbero tutte persone serie e competenti. Ma per esprimere un giudizio vorrei attendere qualche provvedimento concreto, mentre finora non si è parlato che di intenti. Qualcuno è andato a pescare articoli scritti magari mesi fa da questo o quel membro del governo, per carpirne le intenzioni o le inclinazioni; ma la verità è che senza vedere il pacchetto delle riforme proposte, è impossibile valutare. È chiaro che si tratta - in modo piuttosto omogeneo - di un gruppo di esponenti del pensiero neoliberale; tuttavia c’è la speranza che davanti ai problemi di un Paese come l’Italia le ricette politiche possano essere meno neoliberali di quanto si potrebbe temere. Di fronte ai fatti, non mancherò di prendere posizione.
Alcuni giornali stanno parlando di questo governo come di un emissario della finanza internazionale venuto a dettar legge in Italia (si è parlato al riguardo di “complotto”). Cosa ne pensa?
Comincerei col dire che quella di complotto è un’idea tipicamente di destra, mentre la sinistra non ha mai avuto bisogno di una simile categoria per riconoscere la realtà di fatto del dominio economico dei grandi patrimoni sulla vita di milioni di persone. I detentori dei grandi capitali non hanno bisogno di nessun complotto per continuare a esercitare il loro dominio: quello che si può fare è cercare di contrastare questa azione approfittando dei propri margini di manovra (anche, per così dire, geopolitici: in Italia nel dopoguerra, grazie anche a una sinistra e a un sindacato forti, ma soprattutto a causa del “nemico russo”, la classe dominante ha ritenuto opportuno rinunciare a una parte dei propri privilegi in favore delle classi più svantaggiate - rinuncia tutto sommato modesta rispetto al paventato rischio del comunismo). Sono meccanismi che - pur di riuscire a leggerli - si svolgono alla luce del sole.


Com’è la situazione del lavoro in Italia? 
Direi che sta diventando molto grave: abbiamo almeno 4-5 milioni di lavoratori precari che ormai non sono più ventenni con la speranza di un futuro più stabile, e che continuano ad aggrapparsi a contratti a termine. Sono le vittime del lavoro flessibile voluto dalla vigente legislazione, che ha moltiplicato fino a 40 volte la tipologia dei contratti “atipici”: si tratta di persone intorno ai 40 anni, che guadagnano circa 10.000 euro all’anno e sanno che ad attenderli vi saranno pensioni ben misere. Accanto a questi, vi sono i milioni di lavoratori in cassa integrazione e quelli che hanno perso il lavoro o rischiano di perderlo da un momento all’altro. Tanto nella piccola quanto nella grande azienda: penso a FIAT, che prevede la cassa integrazione fino al 2013. Non si tratta tuttavia di un problema solo italiano: negli Stati Uniti, che qualcuno ha ancora il coraggio di proporre come modello, la situazione del lavoro è altrettanto disastrosa. Ma, tornando all’Italia, quello che spaventa di più è proprio la crisi della grande azienda: la stessa Finmeccanica, ultima grande azienda manifatturiera, sembra star scomparendo. Basti pensare al dato automobilistico: la FIAT quest’anno produrrà forse 500.000 vetture. La sola tedesca Volkswagen ne produrrà 5.000.000. Questo anche perché i tedeschi hanno investito di più in ricerca e sviluppo, hanno stabilito dei piani per la ridistribuzione dell’orario di lavoro (in modo da non licenziare); mentre in Italia ci si è affidati esclusivamente agli ammortizzatori sociali.
Un giudizio su Marchionne. 
Ho scritto una decina di articoli in cui esprimevo le mie perplessità sulle tattiche di Marchionne, che mi spiace di veder sempre più confermate dai fatti. L’Italia era il secondo produttore europeo di automobili, ora è solo l’ottavo.
E un giudizio squisitamente personale su Marchionne? Sulla sua nuova versione del metodo “il bastone e la carota”, basata solo su bastone (ma con l’aggiunta di minacce e ultimatum).
Preferirei parlare dei comportamenti più che della persona in sé. A me pare che lui abbia una visione molto arcaica - e per certi aspetti direi anche reazionaria - delle relazioni industriali. Proporre il modello americano come se fosse più avanzato del nostro è roba da audaci; o da chi ignori che i rapporti sindacali in America sono molto più arretrati di quelli italiani (ma anche francesi o tedeschi). Marchionne porta avanti un modo di intendere le relazioni industriali che spesso viene criticato negli stessi Stati Uniti.
Quattro anni fa ha scritto un libro dal titolo “Italia in frantumi”. È possibile ricomporre i pezzi di quest’Italia lacerata?
Più che possibile, direi che è necessario: i rischi sono troppo elevati, non abbiamo alternative. Certamente non ci hanno giovato i diciassette anni di Berlusconi (che speriamo sia definitivamente caduto), che hanno inasprito le divisioni, con quella sorta di “lode dell’illegalità” diffusa nel Paese per cui sembrava che pagare le tasse, rispettare le regole e compiere il proprio dovere con onestà, fosse qualcosa da stupidi, quasi qualcosa di cui vergognarsi. Questo ha alimentato molto le divisioni del tessuto sociale. Ma io penso che nonostante il tasso di inciviltà raggiunto in questi anni, siano ancora molti i cittadini desiderosi di una convivenza migliore. È il nostro compito per i prossimi anni.




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giovedì 24 novembre 2011

I soldi ci sono ma finiscono altrove - Valerio Gualerzi, la Repubblica, 23 novembre 2011

Non è vero che mancano risorse economiche pubbliche per la messa in sicurezza del nostro territorio: i fondi ci sarebbero, ma vengono destinati ad altre finalità. Secondo un’elaborazione realizzata dalla Cgia di Mestre, solo l’1,1% delle imposte ambientali pagate dai cittadini e dalle imprese italiane all’erario e agli enti locali è destinato alla protezione dell’ambiente. Il restante 98,9% va a coprire altre voci di spesa.
Ad esempio a fronte di 41,29 miliardi di euro di gettito incassati nel 2009 (ultimo dato disponibile) dall’applicazione delle cosiddette ‘imposte ecologiche’ sull’energia, sui trasporti e sulle attività inquinanti, solo 459 milioni di euro sono andati a finanziare le spese per la protezione ambientale.
“Così come è successo nelle settimane scorse in Liguria ed in Toscana, anche il disastro ambientale che stiamo assistendo in queste ore nel messinese – commenta Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre – è in parte causato dalla mancanza di attività manutentive e di messa in sicurezza del nostro territorio. Tuttavia, sostenere che queste sciagure accadono anche perché non ci sono le risorse finanziarie disponibili per la tutela del nostro territorio risulta difficile, soprattutto a fronte dei 41 miliardi di euro che vengono incassati ogni anno dallo stato e dagli enti locali per la protezione dell’ambiente, di cui il 99% finisce invece a coprire altre voci di spesa. I soldi ci sono, peccato che ormai da quasi un ventennio vengano utilizzati per fare altre cose”.
“Insomma – conclude la Cgia – tutta quella sequenza di imposte spesso sconosciute che paghiamo quando facciamo il pieno alla nostra autovettura, quando paghiamo la bolletta della luce o del gas/metano, il bollo dell’auto o l’assicurazione della nostra auto non vanno a sostenere le attività di salvaguardia ambientale per le quali sono state introdotte”.
Purtroppo nulla di nuovo, visto che – solo per citare due esempi – i soldi raccolti in bolletta per le rinnovabili servon in buona parte agli inceneritori e allo smaltimento del vecchio nucleare e gli aiuti per il clima finiscono anche per finanziare le centrali a carbone.



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mercoledì 23 novembre 2011

La ‘ndrangheta al Nord c’è - Michele Polo, il Fatto Quotidiano, 23 novembre 2011

La sentenza del tribunale di Milano conferma il grado di penetrazione della ‘ndrangheta in Lombardia, con un controllo del territorio e una capacità di influenza sulle amministrazioni locali che coinvolge una vasta area della Regione. Omertà e progressivo allentamento del rispetto della legge si nutrono di fenomeni di illegalità debole, spesso diffusi proprio nei settori di penetrazione delle cosche. Si tratta della più importante e pericolosa organizzazione criminale italiana, con un fatturato e disponibilità enormi. La capacità di coordinamento tra le diverse ‘ndrine.
di Michele Polo*, Lavoce.info


La ‘ndrangheta in Lombardia è una presenza capillare, consolidata e pervasiva. La sentenza del tribunale di Milano ha confermato le tesi della procura lombarda che, in collaborazione con quella di Reggio Calabria, poco più di un anno fa aveva chiuso la fase istruttoria rompendo il velo sulla presenza delle cosche calabresi in Lombardia. Il quadro che ne emerge conferma quanto magistrati, forze dell’ordine e studiosi hanno da tempo individuato come il sentiero di espansione delle organizzazioni criminali dentro le attività economiche legali. Con un effetto di contaminazione delle relazioni economiche e sociali e il progressivo controllo del territorio in molti comuni della Regione.

I REATI E L’OMERTÀ

Tra i condannati e nelle carte dell’inchiesta ritroviamo l’espansione nel campo dell’edilizia e del movimento terra, la gestione di esercizi commerciali e della distribuzione, di bar e ristoranti. L’usura come mezzo per raggiungere il progressivo controllo di imprese legali. E il pizzo per imporre e ottenere il riconoscimento delle cosche. La penetrazione nel campo delle forniture agli enti locali e alle strutture sanitarie. Tutti ambiti nei quali la capacità di esercitare la violenza, il controllo del territorio, la disponibilità di enormi quantità di liquidità dai traffici illeciti, la costruzione di reti di connivenze permettono agli uomini delle ‘ndrine di stabilire relazioni di collaborazione e contiguità con professionisti, imprenditori, esponenti politici, funzionari amministrativi.

L’inchiesta Crimine giunta a sentenza insegna alcune cose importanti. Prima di tutto il grado di penetrazione della ‘ndrangheta in Lombardia, con un controllo del territorio e una capacità di influenza sulle amministrazioni locali che viene da lontano e coinvolge la cintura sud-ovest di Milano, comuni della Brianza come Desio, o del Varesotto come Lonate Pozzolo.

In secondo luogo emerge dall’inchiesta un fenomeno inquietante di omertà che coinvolge imprenditori ed esercenti locali sottoposti alle prepotenze o oramai collusi e conniventi con le cosche, capaci di negare minacce e collaborazioni anche di fronte all’evidenza delle intercettazioni. Il progressivo allentamento del rispetto della legge sicuramente si nutre di fenomeni di illegalità debole come l’evasione fiscale e contributiva, spesso diffuse proprio nei settori di penetrazione delle cosche, che rendono necessaria anche a imprenditori inizialmente lontani da ogni contatto con le cosche la ricerca di strumenti di riciclaggio dei proventi in nero, l’adozione di forme di contabilità opache. Tutti terreni di incontro e di contiguità che facilitano il contatto, che rendono ricattabili.

La novità del coordinamento tra ‘ndrine

Un terzo elemento che si ritrova nelle carte dell’inchiesta riguarda le dinamiche interne delle cosche calabresi in Lombardia e nei rapporti con le zone di radicamento tradizionale in Calabria. Tra le vicende al centro dell’inchiesta si ritrova anche la storia di Corrado Novella, boss emergente che si illuse di poter guadagnare una autonomia nella gestione degli affari lombardi allentando il controllo delle famiglie calabresi e pagò con la vita e un messaggio per tutti gli affiliati che rimarca il legame indissolubile tra i centri calabresi e le ramificazioni negli altri territori. Inoltre, dalle carte dell’inchiesta milanese emerge una struttura organizzativa molto più coordinata tra le diverse ‘ndrine rispetto a quanto tradizionalmente si pensava della ‘ndrangheta. Il coordinamento tra cosche, verificato per Cosa Nostra sin dalla collaborazione di Tommaso Buscetta e dalle inchieste del giudice Falcone, sembra ritrovarsi anche per le cosche calabresi. La riunione dei rappresentanti delle famiglie lombarde nei locali di Paderno Dugnano intitolati a Falcone e Borsellino per festeggiare il nuovo rappresentante per la Lombardia mal si adatta alla convinzione tradizionale di un insieme di gruppi slegati e brutali, radicati in una cultura pastorale feroce, ma arcaica. La ‘ndrangheta che emerge nell’inchiesta coordinata da Ilda Boccassini e Giuseppe Pignatone rappresenta la più importante e pericolosa organizzazione criminale italiana, uno degli attori principali nel traffico mondiale della cocaina, con un fatturato e disponibilità enormi.
Da qui possiamo immaginare i prossimi capitoli che ancora le inchieste milanesi non hanno potuto completamente svelare. Perché tra le forme di reinvestimento dei proventi illeciti la finanza rappresenta uno dei canali fondamentali, capace di garantire, una volta riciclate le somme illecite, una mobilità e anonimità che gli investimenti immobiliari e nelle attività produttive lecite non consentono. Per un quadro completo manca insomma ancora il Sindona della ‘ndrangheta.


* Michele Polo ha svolto i suoi studi presso l’Università Bocconi e la London School of Economics. E’ professore Ordinario di Economia Politica presso l’Università Bocconi. Ha trascorso periodi di ricerca a Lovanio, Barcellona, Londra e Tolosa. I suoi interessi di ricerca riguardano l’economia e la politica industriale, l’antitrust e la regolamentazione.


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