lunedì 28 novembre 2011

Intervista a Luciano Gallino. La guerra tra il capitale e i lavoratori è finita (e i lavoratori l’hanno persa) - Paolo Calabrò, 28 novembre 2011



Luciano Gallino è professore emerito, già ordinario di Sociologia, all'Università di Torino. Si occupa da tempo delle trasformazioni del lavoro e dei processi produttivi nell'epoca della globalizzazione. Tra i suoi numerosi volumi: La scomparsa dell'Italia industriale (2003), L'impresa irresponsabile (2005), Con i soldi degli altri (2009) e Finanzcapitalismo (2011). 

L’ultimo suo libro si chiama “FinanzCapitalismo. La civiltà del denaro in crisi”. Che tipo di crisi stiamo attraversando?
È una crisi che ha diverse facce. La più evidente è quella che imperversa sui media, giustamente, la crisi finanziaria. Anche detta crisi dell’economia reale, non soltanto a causa del calo della produzione, ma perché alcuni settori produttivi stanno entrando in una fase di difficoltà permanente. Ma si parla poco di un’altra faccia di questa crisi, quella sociale, della disoccupazione che sta raggiungendo un’ampiezza ormai mondiale, in Paesi cosiddetti “sviluppati” che avevavo dimenticato crisi simili (non avendone più subite da molti decenni). L’altro aspetto dimenticato è quello dell’ecologia, la cui crisi è passata in secondo piano rispetto ai problema economici, ritenuti più urgenti.
Lo scopo dell’economia capitalistica è accumulare la ricchezza. La finanza non è forse la massima espressione di questa intenzione?
L’economia capitalistica ha per lungo tempo accumulato ricchezza producendo merci (non che non c’entrasse la finanza: la finanza esiste da secoli, era già molto sviluppata alla metà dell’Ottocento). Ma il meccanismo di base era finanziare la produzione di merci e guadagnare in conseguenza della vendita delle merci. Il capitalismo finanziario ha soppresso il termine intermedio: esso produce il denaro mediante il denaro, senza produrre nessuna merce. Le transazioni in Borsa (che a moltissimi creano ansia, più volte al giorno) sono per l’80% puramente speculative, che non sono servite per costruire scuole o ospedali o prodotti utili alla persona. La finanza ha travalicato le sue importanti - ed entro certi limiti essenziali - funzioni: quelle di garantire il risparmio, assicurare i mezzi di pagamento, concedere prestiti. L’odierna finanza è come un motore inceppato che alimenta solo se stesso, con le conseguenze che tutti conosciamo.

È facile fare finanza “con i soldi degli altri”, come recita un altro Suo significativo titolo. Ma il paradosso è poi che sono proprio questi “altri” a farne le spese.
Con quel titolo intendevo riprendere il titolo un saggio economico dei primi del Novecento, in cui l’autore attacca duramente le Banche. Io a mia volta mi riferivo ai cosiddetti Investitori istituzionali, ai Fondi pensione, i Fondi comuni e altre componenti delle Assicurazioni, che gestiscono i fondi dei lavoratori, per un ammontare che va dai 26 ai 28 trilioni di dollari, cioè quasi la metà del PIL mondiale. Questo denaro viene gestito in un modo che anche i risparmiatori alla fine trovano utile, cioè con l’obiettivo del massimo rendimento; il problema è che, essendo questo l’unico obiettivo, i fondi vengono indifferentemente utilizzati per finanziare servizi alla persona o armamenti nucleari. Non fa differenza: conta solo il massimo rendimento. Gli investitori istituzionali sono dunque soggetti spregiudicati che non hanno nessun interesse a investire dove può essere più utile alla società. In particolare, il “capitale del lavoro” non ha nessuna possibilità di indirizzare le proprie risorse: la scelta è affidata completamente (e ciecamente), appunto, agli investitori istituzionali.
In quel libro parla anche del “Partito di Davos”. Che cos’è?
Ho utilizzato quest’espressione per designare quell’associazione di manager, imprenditori e politici di altissimo rango che si sono assunti il compito di diffondere nel mondo i principi del credo neoliberale che riguarda certo l’economia, ma anche la politica e perfino l’istruzione, la gestione dei beni pubblici e così via. Questa associazione si riunisce ogni anno tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, nella cittadina svizzera di Davos. C’è anche lì qualche eccezione: non tutti sono seguaci dell’ideologia neoliberale, ma resta il fatto che da lì emergono quelle che saranon poi le indicazioni strategiche per i governi di tutto il mondo. Unico obiettivo: liberalizzare ulteriormente l’economia (nonostante i disastri che ciò comporta, e che sono sotto gli occhi di tutti).
Il suo giudizio sul governo Monti?
Sembrerebbero tutte persone serie e competenti. Ma per esprimere un giudizio vorrei attendere qualche provvedimento concreto, mentre finora non si è parlato che di intenti. Qualcuno è andato a pescare articoli scritti magari mesi fa da questo o quel membro del governo, per carpirne le intenzioni o le inclinazioni; ma la verità è che senza vedere il pacchetto delle riforme proposte, è impossibile valutare. È chiaro che si tratta - in modo piuttosto omogeneo - di un gruppo di esponenti del pensiero neoliberale; tuttavia c’è la speranza che davanti ai problemi di un Paese come l’Italia le ricette politiche possano essere meno neoliberali di quanto si potrebbe temere. Di fronte ai fatti, non mancherò di prendere posizione.
Alcuni giornali stanno parlando di questo governo come di un emissario della finanza internazionale venuto a dettar legge in Italia (si è parlato al riguardo di “complotto”). Cosa ne pensa?
Comincerei col dire che quella di complotto è un’idea tipicamente di destra, mentre la sinistra non ha mai avuto bisogno di una simile categoria per riconoscere la realtà di fatto del dominio economico dei grandi patrimoni sulla vita di milioni di persone. I detentori dei grandi capitali non hanno bisogno di nessun complotto per continuare a esercitare il loro dominio: quello che si può fare è cercare di contrastare questa azione approfittando dei propri margini di manovra (anche, per così dire, geopolitici: in Italia nel dopoguerra, grazie anche a una sinistra e a un sindacato forti, ma soprattutto a causa del “nemico russo”, la classe dominante ha ritenuto opportuno rinunciare a una parte dei propri privilegi in favore delle classi più svantaggiate - rinuncia tutto sommato modesta rispetto al paventato rischio del comunismo). Sono meccanismi che - pur di riuscire a leggerli - si svolgono alla luce del sole.


Com’è la situazione del lavoro in Italia? 
Direi che sta diventando molto grave: abbiamo almeno 4-5 milioni di lavoratori precari che ormai non sono più ventenni con la speranza di un futuro più stabile, e che continuano ad aggrapparsi a contratti a termine. Sono le vittime del lavoro flessibile voluto dalla vigente legislazione, che ha moltiplicato fino a 40 volte la tipologia dei contratti “atipici”: si tratta di persone intorno ai 40 anni, che guadagnano circa 10.000 euro all’anno e sanno che ad attenderli vi saranno pensioni ben misere. Accanto a questi, vi sono i milioni di lavoratori in cassa integrazione e quelli che hanno perso il lavoro o rischiano di perderlo da un momento all’altro. Tanto nella piccola quanto nella grande azienda: penso a FIAT, che prevede la cassa integrazione fino al 2013. Non si tratta tuttavia di un problema solo italiano: negli Stati Uniti, che qualcuno ha ancora il coraggio di proporre come modello, la situazione del lavoro è altrettanto disastrosa. Ma, tornando all’Italia, quello che spaventa di più è proprio la crisi della grande azienda: la stessa Finmeccanica, ultima grande azienda manifatturiera, sembra star scomparendo. Basti pensare al dato automobilistico: la FIAT quest’anno produrrà forse 500.000 vetture. La sola tedesca Volkswagen ne produrrà 5.000.000. Questo anche perché i tedeschi hanno investito di più in ricerca e sviluppo, hanno stabilito dei piani per la ridistribuzione dell’orario di lavoro (in modo da non licenziare); mentre in Italia ci si è affidati esclusivamente agli ammortizzatori sociali.
Un giudizio su Marchionne. 
Ho scritto una decina di articoli in cui esprimevo le mie perplessità sulle tattiche di Marchionne, che mi spiace di veder sempre più confermate dai fatti. L’Italia era il secondo produttore europeo di automobili, ora è solo l’ottavo.
E un giudizio squisitamente personale su Marchionne? Sulla sua nuova versione del metodo “il bastone e la carota”, basata solo su bastone (ma con l’aggiunta di minacce e ultimatum).
Preferirei parlare dei comportamenti più che della persona in sé. A me pare che lui abbia una visione molto arcaica - e per certi aspetti direi anche reazionaria - delle relazioni industriali. Proporre il modello americano come se fosse più avanzato del nostro è roba da audaci; o da chi ignori che i rapporti sindacali in America sono molto più arretrati di quelli italiani (ma anche francesi o tedeschi). Marchionne porta avanti un modo di intendere le relazioni industriali che spesso viene criticato negli stessi Stati Uniti.
Quattro anni fa ha scritto un libro dal titolo “Italia in frantumi”. È possibile ricomporre i pezzi di quest’Italia lacerata?
Più che possibile, direi che è necessario: i rischi sono troppo elevati, non abbiamo alternative. Certamente non ci hanno giovato i diciassette anni di Berlusconi (che speriamo sia definitivamente caduto), che hanno inasprito le divisioni, con quella sorta di “lode dell’illegalità” diffusa nel Paese per cui sembrava che pagare le tasse, rispettare le regole e compiere il proprio dovere con onestà, fosse qualcosa da stupidi, quasi qualcosa di cui vergognarsi. Questo ha alimentato molto le divisioni del tessuto sociale. Ma io penso che nonostante il tasso di inciviltà raggiunto in questi anni, siano ancora molti i cittadini desiderosi di una convivenza migliore. È il nostro compito per i prossimi anni.




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giovedì 24 novembre 2011

I soldi ci sono ma finiscono altrove - Valerio Gualerzi, la Repubblica, 23 novembre 2011

Non è vero che mancano risorse economiche pubbliche per la messa in sicurezza del nostro territorio: i fondi ci sarebbero, ma vengono destinati ad altre finalità. Secondo un’elaborazione realizzata dalla Cgia di Mestre, solo l’1,1% delle imposte ambientali pagate dai cittadini e dalle imprese italiane all’erario e agli enti locali è destinato alla protezione dell’ambiente. Il restante 98,9% va a coprire altre voci di spesa.
Ad esempio a fronte di 41,29 miliardi di euro di gettito incassati nel 2009 (ultimo dato disponibile) dall’applicazione delle cosiddette ‘imposte ecologiche’ sull’energia, sui trasporti e sulle attività inquinanti, solo 459 milioni di euro sono andati a finanziare le spese per la protezione ambientale.
“Così come è successo nelle settimane scorse in Liguria ed in Toscana, anche il disastro ambientale che stiamo assistendo in queste ore nel messinese – commenta Giuseppe Bortolussi, segretario della Cgia di Mestre – è in parte causato dalla mancanza di attività manutentive e di messa in sicurezza del nostro territorio. Tuttavia, sostenere che queste sciagure accadono anche perché non ci sono le risorse finanziarie disponibili per la tutela del nostro territorio risulta difficile, soprattutto a fronte dei 41 miliardi di euro che vengono incassati ogni anno dallo stato e dagli enti locali per la protezione dell’ambiente, di cui il 99% finisce invece a coprire altre voci di spesa. I soldi ci sono, peccato che ormai da quasi un ventennio vengano utilizzati per fare altre cose”.
“Insomma – conclude la Cgia – tutta quella sequenza di imposte spesso sconosciute che paghiamo quando facciamo il pieno alla nostra autovettura, quando paghiamo la bolletta della luce o del gas/metano, il bollo dell’auto o l’assicurazione della nostra auto non vanno a sostenere le attività di salvaguardia ambientale per le quali sono state introdotte”.
Purtroppo nulla di nuovo, visto che – solo per citare due esempi – i soldi raccolti in bolletta per le rinnovabili servon in buona parte agli inceneritori e allo smaltimento del vecchio nucleare e gli aiuti per il clima finiscono anche per finanziare le centrali a carbone.



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mercoledì 23 novembre 2011

La ‘ndrangheta al Nord c’è - Michele Polo, il Fatto Quotidiano, 23 novembre 2011

La sentenza del tribunale di Milano conferma il grado di penetrazione della ‘ndrangheta in Lombardia, con un controllo del territorio e una capacità di influenza sulle amministrazioni locali che coinvolge una vasta area della Regione. Omertà e progressivo allentamento del rispetto della legge si nutrono di fenomeni di illegalità debole, spesso diffusi proprio nei settori di penetrazione delle cosche. Si tratta della più importante e pericolosa organizzazione criminale italiana, con un fatturato e disponibilità enormi. La capacità di coordinamento tra le diverse ‘ndrine.
di Michele Polo*, Lavoce.info


La ‘ndrangheta in Lombardia è una presenza capillare, consolidata e pervasiva. La sentenza del tribunale di Milano ha confermato le tesi della procura lombarda che, in collaborazione con quella di Reggio Calabria, poco più di un anno fa aveva chiuso la fase istruttoria rompendo il velo sulla presenza delle cosche calabresi in Lombardia. Il quadro che ne emerge conferma quanto magistrati, forze dell’ordine e studiosi hanno da tempo individuato come il sentiero di espansione delle organizzazioni criminali dentro le attività economiche legali. Con un effetto di contaminazione delle relazioni economiche e sociali e il progressivo controllo del territorio in molti comuni della Regione.

I REATI E L’OMERTÀ

Tra i condannati e nelle carte dell’inchiesta ritroviamo l’espansione nel campo dell’edilizia e del movimento terra, la gestione di esercizi commerciali e della distribuzione, di bar e ristoranti. L’usura come mezzo per raggiungere il progressivo controllo di imprese legali. E il pizzo per imporre e ottenere il riconoscimento delle cosche. La penetrazione nel campo delle forniture agli enti locali e alle strutture sanitarie. Tutti ambiti nei quali la capacità di esercitare la violenza, il controllo del territorio, la disponibilità di enormi quantità di liquidità dai traffici illeciti, la costruzione di reti di connivenze permettono agli uomini delle ‘ndrine di stabilire relazioni di collaborazione e contiguità con professionisti, imprenditori, esponenti politici, funzionari amministrativi.

L’inchiesta Crimine giunta a sentenza insegna alcune cose importanti. Prima di tutto il grado di penetrazione della ‘ndrangheta in Lombardia, con un controllo del territorio e una capacità di influenza sulle amministrazioni locali che viene da lontano e coinvolge la cintura sud-ovest di Milano, comuni della Brianza come Desio, o del Varesotto come Lonate Pozzolo.

In secondo luogo emerge dall’inchiesta un fenomeno inquietante di omertà che coinvolge imprenditori ed esercenti locali sottoposti alle prepotenze o oramai collusi e conniventi con le cosche, capaci di negare minacce e collaborazioni anche di fronte all’evidenza delle intercettazioni. Il progressivo allentamento del rispetto della legge sicuramente si nutre di fenomeni di illegalità debole come l’evasione fiscale e contributiva, spesso diffuse proprio nei settori di penetrazione delle cosche, che rendono necessaria anche a imprenditori inizialmente lontani da ogni contatto con le cosche la ricerca di strumenti di riciclaggio dei proventi in nero, l’adozione di forme di contabilità opache. Tutti terreni di incontro e di contiguità che facilitano il contatto, che rendono ricattabili.

La novità del coordinamento tra ‘ndrine

Un terzo elemento che si ritrova nelle carte dell’inchiesta riguarda le dinamiche interne delle cosche calabresi in Lombardia e nei rapporti con le zone di radicamento tradizionale in Calabria. Tra le vicende al centro dell’inchiesta si ritrova anche la storia di Corrado Novella, boss emergente che si illuse di poter guadagnare una autonomia nella gestione degli affari lombardi allentando il controllo delle famiglie calabresi e pagò con la vita e un messaggio per tutti gli affiliati che rimarca il legame indissolubile tra i centri calabresi e le ramificazioni negli altri territori. Inoltre, dalle carte dell’inchiesta milanese emerge una struttura organizzativa molto più coordinata tra le diverse ‘ndrine rispetto a quanto tradizionalmente si pensava della ‘ndrangheta. Il coordinamento tra cosche, verificato per Cosa Nostra sin dalla collaborazione di Tommaso Buscetta e dalle inchieste del giudice Falcone, sembra ritrovarsi anche per le cosche calabresi. La riunione dei rappresentanti delle famiglie lombarde nei locali di Paderno Dugnano intitolati a Falcone e Borsellino per festeggiare il nuovo rappresentante per la Lombardia mal si adatta alla convinzione tradizionale di un insieme di gruppi slegati e brutali, radicati in una cultura pastorale feroce, ma arcaica. La ‘ndrangheta che emerge nell’inchiesta coordinata da Ilda Boccassini e Giuseppe Pignatone rappresenta la più importante e pericolosa organizzazione criminale italiana, uno degli attori principali nel traffico mondiale della cocaina, con un fatturato e disponibilità enormi.
Da qui possiamo immaginare i prossimi capitoli che ancora le inchieste milanesi non hanno potuto completamente svelare. Perché tra le forme di reinvestimento dei proventi illeciti la finanza rappresenta uno dei canali fondamentali, capace di garantire, una volta riciclate le somme illecite, una mobilità e anonimità che gli investimenti immobiliari e nelle attività produttive lecite non consentono. Per un quadro completo manca insomma ancora il Sindona della ‘ndrangheta.


* Michele Polo ha svolto i suoi studi presso l’Università Bocconi e la London School of Economics. E’ professore Ordinario di Economia Politica presso l’Università Bocconi. Ha trascorso periodi di ricerca a Lovanio, Barcellona, Londra e Tolosa. I suoi interessi di ricerca riguardano l’economia e la politica industriale, l’antitrust e la regolamentazione.


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domenica 13 novembre 2011

È stato bello - Marco Travaglio, il Fatto Quotidiano, 13 novembre 2011

Non entrerò mai in politica. Scendo in campo. Il Paese che amo. Per un nuovo miracolo italiano. L’Italia come il Milan. Basta ladri di Stato. La rivoluzione liberale.

Il Polo delle Libertà. Il decreto Biondi. Vendo le mie tv. Golpe giudiziario. Giuro sulla testa dei miei figli. Lasciatemi lavorare. Sono l’unto del Signore. Ribaltone. Scalfaro è comunista. Con Bossi mai più nemmeno un caffè. Mai detto che sono l’Unto del Signore. Dini è comunista. Il popolo è con me. Prodi utile idiota dei comunisti. Visco Dracula. Toghe rosse. D’Alema è comunista. L’amico Massimo. La Costituzione è comunista. La grande riforma della Costituzione.

La Casa delle Libertà. Il premier non ha poteri. La grande riforma della giustizia. L’amico Vladimir. L’amico George. L’amico Muammar. Gheddafi leader di libertà. Nessun condono. Concordato fiscale. Scudo fiscale. Condono fiscale ed edilizio. Letta è una benedizione di Dio. Romolo e Remolo.

All Iberian mai sentita. Mills mai conosciuto. La proporrò per il ruolo di kapò. Turisti della democrazia. L’Islam civiltà inferiore. Meno tasse per tutti. Tutta colpa dell’euro. La mafia, poche centinaia di persone. Grandi opere. Sono stato frainteso. Tutta colpa delle torri gemelle. Lei è meglio di Cacciari, le presenterò mia moglie.

Il circuito mediatico-giudiziario. Fede è un quasi eroe. L’amico Bossi. Uso criminoso della televisione pagata con i soldi di tutti. L’amico Pollari. Le rogatorie. La Piovra rovina l’Italia all’estero. L’amico Pompa. Il falso in bilancio. Mangano si comportava bene, prendeva la comunione nella cappella di Arcore. La legge Cirami. Dell’Utri è perseguitato. Legittimo sospetto. Previti è perseguitato. Il lodo Maccanico. Il Ponte sullo Stretto. Il lodo Schifani. Tutti sono uguali di fronte alla legge, ma io sono un po’ più uguale degli altri.

Ciampi è comunista. Il decreto salva-Rete 4. I poteri forti. La legge Gasparri. L’Economist è comunista. Che ne direbbe di una ciulatina? I direttori dei giornali devono cambiare mestiere. Bertolaso uomo della Provvidenza. La legge Cirielli. Mussolini non ha mai ammazzato nessuno, anzi mandava la gente in vacanza al confino. Sempre stato assolto. La stampa estera copia da Unità e Repubblica. Napolitano è comunista.

Giustizia a orologeria. L’amico Minzo. I giudici sono matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana. Telekom Serbia è tutta una tangente. I brogli di Prodi. La commissione Mitrokhin. La giusta amnistia. I comunisti cinesi bollivano i bambini per farne concime. Farò sparire la spazzatura da Napoli in tre giorni. Ho 109 processi. Sarkozy ha imparato da me. Chi scrive di mafia lo strangolerei con le mie mani.

Il Popolo delle Libertà. Obama abbronzato. Il miracolo della ricostruzione dell’Aquila. Evadere è un diritto naturale che è nel cuore degli uomini. Ai giudici noi insidiamo le mogli, siamo dei tombeur de femmes. Il Family Day. Che fate, ragazze, mi toccate il culo? Mille giudici si occupano di me. Agostino, trova una parte ad Antonella: è impazzita, racconta cose in giro. Lodo Alfano. La Consulta è comunista. Legittimo impedimento. Partito dell’Amore e sinistra dell’odio. Il padre di Noemi autista di Craxi. Prescrizione breve.

Mai frequentato minorenni. Le mani nelle tasche degli italiani. La signora Lario mente. Processo breve. Vedi, Patrizia, tu devi toccarti. La privacy. Processo lungo. Candido Lampedusa al Nobel per la Pace. Caro dottor Fede, cioè volevo dire Vespa. Ruby nipote di Mubarak. Non chiamo Gheddafi per non disturbarlo. La legge anticorruzione. La mia fidanzatina. Siamo tutti intercettati. Solo cene eleganti. Riformare le intercettazioni. Pagavo Ruby perchè non si prostituisse.

La rapina Mondadori. L’amico Lavitola. Me ne vado da questo Paese di merda. Il miglior premier degli ultimi 150 anni. Culona inchiavabile. L’amico Gianpi. Faccio il premier a tempo perso. La maggioranza è coesa. Ho i numeri alla Camera. Traditori. Mi dimetto. Sic transit gloria immundi.


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lunedì 7 novembre 2011

Per aiutare i giovani tagliamo le loro tasse - Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, Corriere della Sera, 10 maggio 2011

La difficoltà di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro è un problema comune a molti Paesi, ma in Italia è più acuto che altrove. Stiamo rischiando di compromettere permanentemente il futuro di un'intera generazione. Non è troppo tardi per intervenire, ma non si può perdere altro tempo.

Per capire come affrontare il problema bisogna individuarne la natura. In Italia, nella fascia d'età fra i 16 e i 24 anni, solo un ragazzo su quattro lavora: in Germania, negli Stati Uniti e nella media dei Paesi europei, uno su due. I ragazzi italiani lavorano meno di altri per due ragioni: sono meno quelli che cercano lavoro (cioè la partecipazione alla forza lavoro è più bassa che in altri Paesi), e tra quelli che lo cercano in meno lo trovano (cioè il tasso di disoccupazione è più alto). La partecipazione alla forza lavoro in questa fascia di età è il 30 per cento in Italia, contro il 51 per cento in Germania, 41 in Francia, 56 negli Stati Uniti. La disoccupazione giovanile è oltre il 25 per cento in Italia a fronte del 19 per cento nell'area Euro, 18 per cento negli Stati Uniti, 10 in Germania.

Questo divario impressionante non dipende dal fatto che i giovani italiani studiano di più, e quindi non lavorano perché stanno investendo nel loro futuro. Nella fascia d'età 25-34 anni, gli italiani che hanno una laurea sono 18 su cento, meno della metà che in Francia, Svezia e Stati Uniti.
Naturalmente c'è molta differenza tra Nord e Sud. La disoccupazione giovanile al Centro-Nord è vicina alla media europea, mentre è molto più alta al Sud. Ma non è solo Sud. Anche al Nord la partecipazione dei giovani alla forza lavoro è più bassa rispetto al resto d'Europa.
Un secondo aspetto importante emerge confrontando il tasso di disoccupazione dei giovani (fra i 15 e i 24 anni) con quello degli adulti (25-64). La peculiarità dell'Italia non è solo l'elevata disoccupazione giovanile, ma il divario fra giovani e adulti. Il rapporto tra il livello di disoccupazione dei giovani e quello degli adulti è 4 in Italia (cioè per ogni disoccupato adulto ci sono 4 disoccupati giovani) contro il 2,4 dell'area Euro, 1,4 in Germania. Questa differenza si riscontra ovunque in Italia, sia al Nord sia al Sud. Anzi, in qualche regione del Nord è più alta che al Sud. Ad esempio, il rapporto fra disoccupati giovani e adulti è 4,8 in Emilia-Romagna e 3,2 in Sardegna. Questo rapporto è una misura di quanto il mercato del lavoro protegga chi un lavoro ce l'ha, cioè gli adulti. Più il rapporto è elevato, più i giovani sono esclusi. In altre parole, il mercato del lavoro in Italia è molto più chiuso ai giovani che in altri Paesi europei e lo è forse di più al Nord che al Sud. È un'osservazione importante perché ci dice che il mancato lavoro dei giovani non è solo un problema collegato specificamente al Mezzogiorno: dipende da regole e istituzioni nazionali, che escludono i giovani sia a Napoli che a Torino.

Non solo i giovani in Italia lavorano poco, ma sempre più sono impiegati con contratti temporanei che raramente sfociano in un contratto a tempo indeterminato. In Veneto ad esempio (dati pubblicati sul sito www.lavoce.info, vedi anche l'articolo di Ugo Trivellato sul medesimo sito) la percentuale di assunzioni (al di sotto dei 40 anni) con contratti a tempo indeterminato è scesa, negli ultimi 12 anni, dal 35 al 15 per cento; le assunzioni a tempo determinato sono salite dal 40 al 60 per cento. Sono quasi scomparsi anche gli inserimenti tramite contratti di apprendistato, la cui quota (sempre in Veneto) è scesa dal 25 al 10 per cento. Altrove al Nord è ancora più bassa. Non conosciamo dati per il Sud. Evidentemente le imprese ritengono altre forme di «assunzione» più convenienti dell'apprendistato.

Il fatto è che le aziende sono comprensibilmente restie a trasformare i giovani assunti temporaneamente in «illicenziabili». Preferiscono i contratti a tempo determinato perché consentono loro di aggirare le rigidità dei rapporti a tempo indeterminato. Le conseguenze di questo mercato del lavoro «duale» sono innumerevoli. I giovani vivono con i genitori più a lungo, si sposano più tardi, fanno meno figli, non accumulano contributi per la loro pensione. Non solo, ma molti studi dimostrano che lunghi periodi di disoccupazione da giovani hanno conseguenze permanenti sulla carriera lavorativa perché rendono le persone meno impiegabili. In Italia l'attesa media per trovare il primo lavoro è 33 mesi contro 5 negli Stati Uniti.
Il Testo Unico sull'apprendistato, approvato la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri fa un passo avanti, consentendo l'apprendistato agli studenti delle scuole superiori. Il testo prevede che questa forma di inserimento nel mondo del lavoro sia utilizzabile per l'assolvimento dell'obbligo di istruzione di ragazzi che abbiano compiuto quindici anni. In questo caso la durata del contratto non può estendersi oltre il termine del ciclo di studi, con un limite di tre anni.
Ma il Testo Unico non fa nulla per ridurre il dualismo del nostro mercato del lavoro. Infatti prevede anche che «se, al termine del periodo di apprendistato, nessuna delle parti esercita la facoltà di recesso, il rapporto prosegue come ordinario rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato», cioè l'apprendista diventa da un giorno all'altro illicenziabile. Poche imprese rinunceranno all'opzione di esercitare unilateralmente il recesso. 

Le idee su come riformare il nostro mercato del lavoro per facilitare l'inserimento dei giovani non mancano, ma qualunque proposta si scontra con un ostacolo politico apparentemente insormontabile: l'elettore medio italiano, cioè colui (o colei) che determinano chi vince le elezioni, è sempre più anziano. L'età media degli italiani è la terza più alta al mondo, ed è quella che sta crescendo più rapidamente. Se le riforme che favoriscono i giovani richiedono qualche sacrificio agli adulti, è difficile che siano sostenute da partiti e sindacati la cui fortuna dipende dal voto e dall'influenza degli anziani.
Ciò ovviamente non significa che i genitori italiani non siano interessati al futuro dei propri figli. Ma si è creato un equilibrio per cui i genitori si occupano del benessere dei figli attraverso la famiglia, mentre come società adottiamo politiche che rendono difficile ai giovani rendersi economicamente indipendenti. La famiglia è diventata il meccanismo di protezione dei giovani. Il lavoro sicuro (prima) e la pensione (dopo) del padre assicurano un minimo di supporto per figli precari. La loro sopravvivenza è assicurata, la crescita, il dinamismo ed il futuro dei giovani stessi no.
Cosa fare dunque? Alcune cose si possono fare subito e darebbero risultati immediati. Prima di tutto, e di questo si è molto parlato, bisogna riformare radicalmente il mercato del lavoro abolendo la separazione fra contratti a tempo determinato e indeterminato, e sostituendoli con un contratto unico con protezioni e garanzie che crescono con l'anzianità sul posto di lavoro.

Tutte le proposte, di questo governo e dei precedenti, hanno finora riguardato solo i contratti a tempo determinato: modificandoli marginalmente, e introducendo nuove modalità di precariato. Nessuno ha avuto il coraggio di smantellare il dualismo e passare al contratto unico. La resistenza degli anziani si potrebbe superare non toccando i vecchi contratti e applicando il contratto unico solo ai nuovi assunti. Se lo si fosse fatto quindici anni fa, ai tempi del Pacchetto Treu, durante il primo governo Prodi, la transizione si sarebbe già completata. Nessun governo né di destra, né di sinistra ha avuto la lungimiranza di farlo.
Un'altra idea è modulare le aliquote delle imposte sul reddito in funzione dell'età, abbassando le tasse per i più giovani. La perdita di gettito si dovrebbe recuperare con riduzioni di spesa. Ciò aumenterebbe il reddito disponibile dei giovani e li renderebbe più indipendenti e più impiegabili perché al lordo delle imposte costerebbero meno alle imprese. L'idea di modulare le aliquote fiscali in funzione dell'età è stata studiata negli Stati Uniti da una commissione presieduta dal recente premio Nobel Peter Diamond. A ciò si potrebbero aggiungere sgravi fiscali per le imprese che offrono lavori ai giovani, ma solo dopo aver riformato il sistema dei contratti come discusso sopra. Altrimenti le imprese continuerebbero a offrire ai giovani contratti temporanei.

Ma si dovrebbe pensare anche a qualche provvedimento più radicale che sblocchi la gerontocrazia che domina l'Italia. Per esempio, perché non abbassare a 16 o 17 anni l'età minima per votare? O porre dei limiti di età (ad esempio 72 anni) ai politici, ai burocrati, ai membri dei consigli di amministrazione delle società quotate? In questi consigli si vorrebbero introdurre le quote rosa: perché non pensare anche ai giovani (uomini e donne), oltre che alle donne di ogni età?
Il problema dei giovani in Italia non è solo economico. Stiamo creando una generazione sfiduciata, disillusa che non s'impegna perché non trova sbocchi e non vede per sé un futuro. Perdiamo molti bravi giovani che se ne vanno all'estero. Non solo i cosiddetti «cervelli», ma anche giovani che non trovando un normalissimo lavoro in Italia lo cercano, e lo trovano, altrove. Una generazione di scoraggiati non si riproduce né economicamente, né demograficamente e crea un pericoloso circolo vizioso. Queste spirali si possono arrestare, ma solo se si interviene presto. Se accelerano diventa impossibile fermarle.


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giovedì 3 novembre 2011

Non avete nessun diritto di piangere! - Domenico Finiguerra, il Fatto Quotidiano, 3 novembre 2011

Voi che vi riempite la bocca di parole trite e ritrite: “crescita, sviluppo, competitività”. Ripetute come un mantra per nascondere il vuoto delle vostre idee. Dogmi imparati come scolaretti per essere promossi dalle maestrine di Confindustria e dei mercati finanziari.

Non avete nessun diritto di piangere! Voi che quando siete seduti sulle comode poltrone a Porta a Porta vi lanciate, l’uno contro l’altro le medesime ricette stantie: “Dobbiamo rilanciare le grandi opere, dobbiamo far ripartire l’edilizia, ci vuole un nuovo piano casa, forse anche un nuovo condono”.

Non avete nessun diritto di piangere! Voi che con il fazzoletto verde nel taschino avete chiesto il voto per difendere la pianura padana da invasioni di ogni genere e poi dagli assessorati comunali, provinciali e regionali avete vomitato sulle campagne padane la vostra porzione di metri cubi di cemento, insieme a tutti gli altri.

Non avete nessun diritto di piangere! Voi che avete giurato fedeltà alla Costituzione ma poi non ne rispettate l’art. 9: “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”, e approvate piani regolatori che hanno come unico obiettivo quello di svendere il territorio e di fare cassa con gli oneri di urbanizzazione.

Non avete nessun diritto di piangere! Voi che, con l’arroganza di chi non ha argomenti, denigrate chiunque si opponga alla vostra furia predatoria di saccheggiatori del territorio. Voi che, con il risolino di chi è sicuro del potere che detiene, ridicolizzate tutti i giorni i comitati, gli ambientalisti, le associazioni, i cittadini, che mettono in guardia dai pericoli e dal dissesto idrogeologico creati dalle vostre previsioni edificatorie.

Non avete nessun diritto di piangere! Voi che siete la concausa delle catastrofi alluvionali, dovute alla sigillatura e all’impermeabilizzazione della terra operate dalle vostre espansioni urbanistiche, dai vostri centri commerciali, dai vostri svincoli autostradali. Voi che avete costruito il vostro consenso grazie alle grandi speculazioni edilizie, ai grandi eventi, alle grandi opere o anche alla sola promessa di realizzarle.

Non avete nessun diritto di piangere. Nessun diritto di piangere le dieci vittime dell’ennesima alluvione ligure. Né le vittime di tutte le precedenti catastrofi causate anche dalla vostra ideologia. Perché voi, iscritti e dirigenti del Partito del Cemento, siete i veri estremisti di questo paese.

Siete i veri barbari di questo nostro paese. Siete la vera causa del degrado ambientale, della violenza al paesaggio e dello sprofondamento del paese nel fango.

No. Non avete nessun diritto di piangere.

E gli italiani dovrebbero cominciare a fischiarvi e cacciarvi dai funerali. E gli italiani dovrebbero smettere di pregare davanti alle vostre altissime gru, totem di un modello di sviluppo decotto e decadente, che prima di collassare, rischia di annientare i beni comuni di questi Paese, di questo pianeta.


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lunedì 31 ottobre 2011

Esistono anche altre donne - Concita De Gregorio, l'Unità, 19 gennaio 2011

Esistono anche altre donne. Esiste San Suu Kyi, che dice: «Un’esistenza significativa va al di là della mera gratificazione di necessità materiali. Non tutto si può comprare col denaro, non tutti sono disposti ad essere comprati. Quando penso a un paese più ricco non penso alla ricchezza in denaro, penso alle minori sofferenze per le persone, al rispetto delle leggi, alla sicurezza di ciascuno, all’istruzione incoraggiata e capace di ampliare gli orizzonti. Questo è il sollievo di un popolo».

Osservo le ragazze che entrano ed escono dalla Questura, in questi giorni: portano borse firmate grandi come valige, scarpe di Manolo Blanick, occhiali giganti che costano quanto un appartamento in affitto. È per avere questo che passano le notti travestite da infermiere a fingere di fare iniezioni e farsele fare da un vecchio miliardario ossessionato dalla sua virilità. E’ perché pensano che avere fortuna sia questo: una valigia di Luis Vuitton al braccio e un autista come Lele Mora. Lo pensano perché questo hanno visto e sentito, questo propone l’esempio al potere, la sua tv e le sue leader, le politiche fatte eleggere per le loro doti di maitresse, le starlette televisive che diventano titolari di ministeri.
Ancora una volta, il baratro non è politico: è culturale. E’ l’assenza di istruzione, di cultura, di consapevolezza, di dignità. L’assenza di un’alternativa altrettanto convincente. E’ questo il danno prodotto dal quindicennio che abbiamo attraversato, è questo il delitto politico compiuto: il vuoto, il volo in caduta libera verso il medioevo catodico, infine l’Italia ridotta a un bordello.

Sono sicura, so con certezza che la maggior parte delle donne italiane non è in fila per il bunga bunga. Sono certa che la prostituzione consapevole come forma di emancipazione dal bisogno e persino come strumento di accesso ai desideri effimeri sia la scelta, se scelta a queste condizioni si può chiamare, di una minima minoranza. È dunque alle altre, a tutte le altre donne che mi rivolgo. Sono due anni che lo faccio, ma oggi è il momento di rispondere forte: dove siete, ragazze? Madri, nonne, figlie, nipoti, dove siete. Di destra o di sinistra che siate, povere o ricche, del Nord o del Sud, donne figlie di un tempo che altre donne prima di voi hanno reso ricco di possibilità uguale e libero, dove siete? Davvero pensate di poter alzare le spalle, di poter dire non mi riguarda? Il grande interrogativo che grava sull’Italia, oggi, non è cosa faccia Silvio B. e perché.

La vera domanda è perché gli italiani e le italiane gli consentano di rappresentarli. Il problema non è lui, siete voi. Quel che il mondo ci domanda è: perché lo votate? Non può essere un’inchiesta della magistratura a decretare la fine del berlusconismo, dobbiamo essere noi. E non può essere la censura dei suoi vizi senili a condannarlo, né l’accertamento dei reati che ha commesso: dei reati lasciate che si occupi la magistratura, i vizi lasciate che restino miserie private.

Quel che non possiamo, che non potete consentire è che questo delirio senile di impotenza declinato da un uomo che ha i soldi – e come li ha fatti, a danno di chi, non ve lo domandate mai? - per pagare e per comprare cose e persone, prestazioni e silenzi, isole e leggi, deputati e puttane portate a domicilio come pizze continui ad essere il primo fra gli italiani, il modello, l’esempio, la guida, il padrone.

Lo sconcerto, lo sgomento non sono le carte che mostrano – al di là dei reati, oltre i vizi – un potere decadente fatto di una corte bolsa e ottuagenaria di lacchè che lucrano alle spalle del despota malato. Lo sgomento sono i padri, i fratelli che rispondono, alla domanda è sua figlia, sua sorella la fidanzata del presidente: «Magari». Un popolo di mantenuti, che manda le sue donne a fare sesso con un vecchio perché portino i soldi a casa, magari li portassero. Siete questo, tutti? Non penso, non credo che la maggioranza lo sia. Allora, però, è il momento di dirlo.


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I Masi comunicanti - Marco Travaglio, il Fatto Quotidiano, 17 febbraio 2011

La neolingua berlusconiana fa passi da gigante: non contenta di sfornare vocaboli privi di qualsiasi attinenza con la realtà, è passata agli sragionamenti. Un milione di persone, perlopiù donne, manifestano contro la mignottocrazia? B. appena sveglio passeggia sul suo scendiletto preferito, Belpietro, e tuona: “Vergogna, una mobilitazione di parte, faziosa”. Ora, da che mondo è mondo, le manifestazioni si fanno pro o contro qualcosa o qualcuno. Altrimenti si sta a casa. Invece B. le manifestazioni le vuole bipartisan. Concetto già espresso dall’autorevole Giletti, a Domenica In, con la lavata di capo alla cantante Emma che aveva approfittato della giornata libera da Sanremo per manifestare a Roma: “Un caso che farà discutere, perché quella è una manifestazione di un certo tipo, che va in una certa direzione”. Ecco: le manifestazioni non devono andare in nessuna direzione. I manifestanti restino dunque fermi e zitti. Oppure, se uno grida “Viva”, dev’esserci subito un altro che urla “Abbasso”, e viceversa. Se vuoi dire “mai”, devi portarti dietro uno che dica “sempre”, altrimenti sei fazioso. E, come suggerisce Ellekappa, se una donna dissente dal bungabunga, un’altra deve ballare la lap dance intorno al palo portatile. Da domani nei bar, se un fazioso entra e dice “piove”, il barista dovrà subito riequilibrarlo per garantire il contraddittorio: “No, signore, guardi che c’è il sole”. Anche la satira deve adeguarsi: se Luca e Paolo, a Sanremo, prendono in giro il capo del governo, ecco subito Mauro Mazza, direttore di Rai1, intimare di “fare satira sull’opposizione” (Mazza è lo stesso che nel 2006, direttore del Tg1, oscurò Il Caimano di Moretti perché, essendo uscito in campagna elettorale, violava la par condicio: se ne poteva parlare solo dopo le elezioni, ma poi non se ne parlò più perché nel frattempo il film era uscito dalle sale). 

Se a qualcuno scappa una barzelletta sui Carabinieri, essa dovrà essere obbligatoriamente seguita da una sulla Polizia, una sulla Guardia di finanza, una sulla Forestale e così via. È il principio dei Masi comunicanti, molto in voga alla Rai: se dai una notizia, il tuo vicino deve dire che è una bugia, così la gente non distingue più il vero dal falso. Tutto diventa opinione, anche la matematica. L’altro giorno persino il Tg5 ha superato il Tg1, ma per Minzolingua questa “è polemica politica” e per il Giornale “l’opposizione strumentalizza la sfida degli ascolti”. Anche i punti di share sono faziosi. 

Il fatto è che ormai è impossibile anche la par condicio fra le opinioni: con chi nega l’evidenza e applica due pesi e due misure ad amici e nemici, non c’è più alcun confronto. Che discussione ci può essere con uno dei 315 deputati che han votato la mozione Paniz, quella in cui si afferma che B. telefonò in Questura per scongiurare un incidente con l’Egitto? O con Sallusti, il quale scrive che il processo a B. per il caso Ruby è “il primo che si celebra in Italia in assenza di vittime o parti offese”, quando il gip indica nel rinvio a giudizio cinque parti offese (Ruby, tre funzionari della Questura e il ministero dell’Interno)? Quando c’è di mezzo B., l’alto numero dei processi subìti è la prova della persecuzione (anche se lui cominciò a dirsi perseguitato al primo processo). Intanto Luca Delfino, già condannato a 16 anni in tribunale per l’omicidio di una sua ex fidanzata, viene assolto nel secondo processo dall’accusa di avere sgozzato un’altra ex. Il Giornale correttamente fa notare che non è un’assoluzione piena: la formula dell’articolo 530 comma 2 “comprende l’antica insufficienza di prove”. È la stessa formula con cui B. fu assolto in Cassazione per le tangenti Fininvest alla Finanza. Solo che stavolta il Giornale titola: “Killer assolto, in rivolta i parenti delle vittime”. Per B. invece non titolò: “Corruttore assolto, in rivolta gli italiani onesti”. Ma: “B. assolto, è innocente non corruppe la Guardia di finanza”. Dunque anche le sentenze diventano un’opinione: dipende da chi è l’imputato.


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L'uomo che

Alberto Moravia, uno dei primi esempi, e tra i più fulgidi, di "uomini che"
Da un po' di anni a questa parte è invalsa la moda autorale di intitolare le proprie opere "l'uomo che (fa qualsiasi cosa)". Quest'uomo, che non si capisce chi sia, è di volta in volta immortalato e presentato al lettore mentre è intento a volte in qualche stramba e tediosa occupazione, altre volte in qualche arte cartomantica o addirittura divinatoria/divina, altre ancora in inquietanti atti di spiritualismo metafisico. C'è chi si diletta a fissare capre e a scambiare la moglie per un cappello (contento lui) e chi tenta di vendere futuro o di pesare cani a ogni angolo di strada. 
"L'uomo che" dei nostri tempi, pur di attirare l'attenzione, si professa, insomma, capace di qualsiasi impresa, dalla più insensata o effimera alla più eclatante ed onnipotente. È vero, ci sono stati precedenti illustri, come "l'uomo che guarda" di alberto moravia, "l'uomo che ride" di victor hugo o "l'uomo che guardava passare i treni" di george simenon. Ma oggi la moda "dell'uomo che" ha tracimato oltre i limiti del buon senso. Tutti sono "uomini che", tutti tentano di farsi notare per qualcosa. L'ingorgo merceologico nel quale siamo immersi costringe i poveri scrittori a ideare titoli finanche imbarazzanti per le loro opere, pur di fermare lo sguardo dal cliente che corre veloce da uno scaffale all'altro. Per ottemperare a tale scopo, l'autore ricorre a titoli che evocano o la banalità sconcertante di un'azione del tutto futile ("ma se mi leggete scoprirete cosa vi si nasconde!") o lo stupore e lo shoc generati da una potenza d'azione (e di scrittura) magnifica e perturbante, riecheggiata con malizia ("guardate di cosa è capace il protagonista del mio libro!"). 
Quando si dice l'anonimia della contemporaneità.

Sta di fatto che questi libri (e questi film, visto che la moda sta invadendo anche il campo cinematografico) sembrano tutti uguali. Il troppo che inonda scaffali e vetrine delle librerie non si sovrasta col titolo, ma con la propria arte. Anzi, non è neanche detto che il successo debba necessariamente arridere allo scrittore: se penso che kafka lasciò detto di bruciare tutte le sue opere
  1. l'uomo che amava i bambini, di christina stead
  2. l'uomo che amava la cina, di simon winchester
  3. l'uomo che amava le isole/l'uomo che era morto, di david herbert lawrence 
  4. l'uomo che amava le tenebre, di dean koontz
  5. l'uomo che amava troppo, di charlotte link
  6. l'uomo che aveva previsto (quasi) tutto, di jean luc porquet
  7. l'uomo che brucia, di massimiliano governi
  8. l'uomo che cade, di don delillo
  9. l'uomo che doveva morire, di claudio gavioli
  10. l'uomo che fissa le capre, di jon ronson 
  11. l'uomo che non credeva in dio, di eugenio scalfari
  12. l'uomo che non ho sposato, di rossana campo 
  13. l'uomo che parlava solo, di lalla romano
  14. l'uomo che pesava i cani, di maurizio milani
  15. l'uomo che piantava gli alberi, di jean giono 
  16. l'uomo che raccoglieva storie, di vincenzo pastore
  17. l'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, di oliver sacks
  18. l'uomo che sussurrava ai cavalli, di nicholas evans
  19. l'uomo che vendeva futuro, di james othmer 
  20. l'uomo che vive dei suoi sogni, di roberto pagnanelli
  21. l'uomo che voleva essere maigret, di maurizio testa
 ad libitum...   


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domenica 30 ottobre 2011

Tifosi Inter - Tifosi Juve 0-0 dell'incivilità


Qualche giorno fa è stata aperta un'inchiesta sulla costruzione dello Juventus Stadium, lo stadio in cui la squadra di calcio della Juventus gioca le partite casalinghe. Gli inquirenti ipotizzano l'utilizzo di un tipo di acciaio fuori norma da parte di una delle ditte incaricate della costruzione. Lo stadio è stato comunque dichiarato agibile

Qui sopra potete osservare con i vostri occhi il becero commento dei tifosi interisti sulla vicenda. Per chi non lo sapesse, l'Heysel è uno stadio belga che il 29 maggio 1985 ospitò la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Prima della partita gli incidenti scatenati dagli ultras di entrambe le tifoserie originarono una calca spaventosa che calpestò e uccise 39 persone, ferendone oltre 600.

La risposta dei tifosi juventini non si è fatta attendere e si è manifestata nei cori razzisti contro Maicon e negli insulti alla memoria di Giacinto Facchetti. 

Il calcio è anche questo.


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Lo spirito di un giornale - Giuseppe Fava, il Giornale del Sud, 11 ottobre 1981



Egregi amici,
voi avete tre idee politiche diverse, e mi piace immaginare che siate un democristiano, un socialista e un comunista, cioè che copriate sostanzialmente l'arco politico che conta oggi in Italia. Io sono un socialista senza mai tessera (l'ho scritto altre volte) e perciò ferocemente critico nei confronti di tutti gli errori socialisti, continuamente pieno di passione e speranze, e continuamente deluso nei miei sogni civili. Ma evidentemente la vostra richiesta non riguardava il mio ideale politico (che è comunque un fatto gelosamente personale) e nemmeno la posizione politica del giornale, che è stata chiara e trasparente fin dal primo numero, quanto quello che voi chiamate il significato e io più esattamente vorrei definire lo spirito politico del Giornale del Sud. Una identità nella quale non gioca più la politica intesa come nel senso grossolano del termine, ma il concetto di politica come criterio morale della vita sociale. Da questa prospettiva io posso serenamente e subito affermare che lo spirito politico di questo giornale è la verità. Onestamente la verità. Sempre la verità. Cioè la capacità di informare la pubblica opinione su tutto quello che accade, i problemi, i misfatti, le speranze, i crimini, le violenze, i progetti, le corruzioni. I fatti e i personaggi. E non soltanto quelli che hanno vita ufficiale e arrivano al giornale con le proprie gambe, i comunicati, i discorsi, gli ordini del giorno, poiché spesso sono truccati e camuffati per ingannare il cittadino, ma tutti gli infiniti fatti e personaggi che animano la vita della società siciliana, e quasi sempre restano nel buio, intanati, nascosti, interrati. Io sostengo che la vera notizia non è quella che il giornalista apprende, ma quella che egli pazientemente riesce a scoprire.

Io ho un concetto etico del giornalismo.
Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.

Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane. Persone uccise in sparatorie che si sarebbero potute evitare se la pubblica verità avesse ricacciato indietro i criminali, ragazzi stroncati da overdose di droga che non sarebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica verità avesse denunciato l’infame mercato, ammalati che non sarebbero periti se la pubblica verità avesse reso più tempestivo il loro ricovero. Un giornalista incapace - per vigliaccheria o calcolo - della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento!

Ecco lo spirito politico del Giornale del Sud è questo! La verità! Dove c’è verità, si può realizzare giustizia e difendere la libertà! Se l’Europa degli anni trenta-quaranta non avesse avuto paura di affrontare Hitler fin dalla prima sfida di violenza, non ci sarebbe stata la strage della seconda guerra mondiale, decine di milioni di uomini non sarebbero caduti per riconquistare una libertà che altri, prima di loro, avevano ceduto per vigliaccheria.

E’ una regola morale che si applica alla vita dei popoli e a quella degli individui. A coloro che stavano intanati, senza il coraggio di impedire la sopraffazione e la violenza, qualcuno disse: "Il giorno in cui toccherà a voi non riuscirete più a fuggire, nè la vostra voce sarà così alta che qualcuno possa venire a salvarvi!"



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I maestri d’acqua a Palermo in epoca alto-medievale - Gaspare Ingargiola, water(on)line, 17 marzo 2011

Le opere architettoniche sotterranee sono una caratteristica della città di Palermo, ‘stratificata’ come si vuole che fosse la mitologica Troia scoperta da Schliemann, l’archeologo che nel 1870 credette di aver rinvenuto in Turchia i resti della città cantata da Omero. Anche Palermo, in ogni epoca sottomessa a popoli di ogni cultura e pensiero, può vantare un sottosuolo ‘ricco’ e perlopiù ignoto ai suoi stessi residenti.

Tra le opere della Palermo sotterranea particolarmente interessanti dal punto di vista archeologico sono i qanat, canali acquiferi di epoca araba. Da sempre la necessità di approvvigionamento idrico rappresenta una problematica urgente in un territorio dal clima tanto afoso. In epoca antica il rifornimento idrico era garantito da sorgenti e pozzi freatici situati fuori le mura della «paleopoli» (la città antica), che sorgeva su una penisola compresa tra le foci dei fiumi Kemonia e Papireto.

Col sopraggiungere della dominazione araba la situazione mutò profondamente, e in meglio. Gli arabi giunti in Sicilia appartenevano alla dinastia dei Kalbiti, subordinata alla dinastia dei Fatimidi. I Kalbiti conquistarono Palermo nell’831 e l’intera isola nel 965. Negli anni della loro dominazione (che perdurò fino al 1048) ebbero l’enorme merito di rendere Palermo la capitale culturale europea e la Sicilia una terra florida dal punto di vista economico, culturale, infrastrutturale.

Per quanto attiene le infrastrutture idriche del capoluogo siculo, i Kalbiti procedettero alla riorganizzazione del rifornimento idrico sia in ambito urbano che extraurbano: da allora, la piana di Palermo divenne quel rigoglioso giardino conosciuto nel mondo come la Conca d’oro. Nell’opera di riorganizzazione era inclusa proprio la realizzazione dei qanat. Si tratta di strette gallerie sotterranee scavate dai muqanni, i «maestri d’acqua», che convogliavano e trasportavano il prezioso elemento dalle falde acquifere fino al punto di fruizione finale. Per realizzarle, i maestri d’acqua arabi utilizzavano delle semplici zappe, sfruttando la friabilità e lavorabilità della calcarenite, il minerale che per massima parte concorreva alla composizione del terreno nella piana di Palermo.

Insieme ai foggara, altra tipologia di condotto sotterraneo, i numerosi qanat costituivano un sistema di canalizzazione basato sul principio dei vasi comunicanti, sistema che consentiva di trasportare l’acqua in superficie anche da notevoli profondità. I condotti si sviluppavano secondo una pendenza mai superiore allo 0,5%, in modo da garantire un flusso regolare ma ridotto, che non erodesse in tempi brevi le pareti dei qanat. Gli scavi procedevano da valle verso monte per evitare il deflusso delle acque.

I maestri d’acqua si occupavano anche della realizzazione di pozzi verticali che mettevano in comunicazione i qanat con la superficie. Tali pozzi avevano una duplice funzione: da una parte venivano utilizzati per l’estrazione del materiale da scavo, dall’altra facilitavano la raccolta dell’acqua nelle abitazioni.

La maestranza dei maestri d’acqua aveva dunque una particolare importanza nell’economia e nella società palermitane in epoca alto-medievale. La rilevanza della loro opera venne riconosciuta dalla creazione di una delle corporazioni delle arti e mestieri che sorsero a partire dal XII secolo. Le corporazioni medievali erano associazioni deputate a regolamentare e tutelare le attività degli appartenenti a una stessa categoria professionale. Anche la corporazione dei maestri d’acqua aveva evidentemente elaborato un sistema di norme di riconoscimento e organizzazione del proprio mestiere.

In origine i maestri d’acqua facevano parte di un’unica maestranza con i mastri muratori e solamente in seguito ottennero di potersi organizzare in una corporazione autonoma, con mansioni rigorosamente distinte da quelle degli stessi muratori. Tale distinzione venne sancita nel 1644 dal Senato Palermitano attraverso uno specifico accordo* che coinvolgeva entrambe le categorie lavoratrici. Anche all’interno della loro stessa corporazione i maestri d’acqua osservavano una stretta suddivisione delle specifiche competenze.

La maestranza si reggeva su basi cooptative e il mestiere veniva trasmesso di padre in figlio: per l’erede di un maestro d’acqua era sufficiente pagare una tassa di 3 once per entrare a far parte della corporazione. Molto più complesso l’iter di inserimento per un ‘esterno’. Il garzone che avesse voluto acquisire l’ambito titolo professionale, doveva compiere un periodo di apprendistato alle dipendenze di un maestro della durata di 6 anni. A sua unica garanzia, in caso di prepotenze o torti subiti il garzone poteva rivolgersi al consiglio della corporazione e al suo capofila, il così detto console, chiedendo il trasferimento presso altra bottega e altro maestro.

Trascorsi i 6 anni, il garzone doveva affrontare una severa selezione, sottoponendosi a una prova finale della durata di 2 settimane: sotto le direttive di un maestro d’acqua doveva dimostrare la padronanza dei mezzi e delle conoscenze necessaria per la ‘promozione’ a maestro d’acqua. Al termine delle 2 settimane, un’apposita commissione esaminatrice (composta da membri del consiglio della corporazione, dal ‘console’ e da maestri d’ di provata esperienza e indubbia capacità) giudicava la prova ed eventualmente attribuiva l’ambito ‘titolo’ di maestro tanto faticosamente guadagnato.

Sanzioni erano previste per quei commissari che non giudicassero con probità e misura, ad esempio tentando di favorire un loro prediletto. Chi non si fosse dimostrato all’altezza, doveva tornare a praticare il mestiere in bottega in attesa di una nuova prova d’esame. In alternativa, poteva provare a sposare la figlia di un maestro d’acqua, la qual cosa permetteva di ereditarne immediatamente il titolo, così come accadeva per i figli. Le figlie dei maestri d’acqua, infatti, potevano sposare solo i maestri d’acqua, i loro figli o i loro garzoni.

I maestri d’acqua avevano anche un santo protettore, San Miniato, e celebravano la propria maestranza ogni 4 di agosto con un processione molto sentita e partecipata, nella quale ogni maestro era obbligato a portare un cero acceso con sopra inciso il simbolo della maestranza.

L’arte dei maestri d’acqua ha resistito per secoli e solo a partire dalla seconda guerra mondiale è entrato in disuso. La città di Palermo ha ricordato il loro antico mestiere intitolando loro due vie: la Via Maestri d’Acqua si trova fra la Via Divisi e la Piazzetta Montesanto nel Mandamento Tribunali. Il Vicolo Maestro d’Acqua (già Vicolo dei Maestri Fontanieri) si trova fra la Via S. Agostino e la Piazzetta delle Stigmate e via Ugo Antonio Amico nel Mandamento Monte di Pietà.


* F. Lionti, Antiche maestranze della Città di Palermo, Palermo, Offset Studio, 2009.


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L’economia della catastrofe - Antonello Caporale, la Repubblica, 29 ottobre 2011

Chiunque rilegga la storia d’Italia degli ultimi trent’anni, verificherà che è contrassegnata da un legame intenso tra le ricorrenti catastrofi nazionali e l’economia che intorno ad esse si è sviluppata. Fu Ada Becchi Collidà a studiare prima e meglio di tutti, si era negli anni Ottanta,  le chances economiche del disastro. Senza il terremoto la Dc irpina non avrebbe preso possesso del partito e del governo (sette ministri campani nell’esecutivo degli anni del post sisma). Il budget della catastrofe promosse l’opa politica, i miliardi di lire allora spesi servirono anche a rastrellare coscienze e voti. La catastrofe come grande opportunità non è soltanto immortalata nella conversazione telefonica notturna della cricca aquilana. Ha strutturato negli anni la figura dell’occasionista, il politico che nel lutto trae linfa vitale, forza propulsiva per la sua carriera di governo, colui che coniuga la morte come benedizione divina, ferita da sanare al più presto, danno da risarcire generosamente: perciò più finanziamenti e possibilmente una gestione extra delle spese per la ricostruzione.

I disastri nazionali hanno un valore diseguale e vengono valutati nella contabilità dello Stato a seconda dell’emozione che producono nella coscienza collettiva. Le immagini di morte delle Cinque Terre, meraviglia dell’Unesco, hanno già prodotto un forte e sincero choc nazionale, e rispetto per la compostezza con la quale le vittime stanno affrontando la sciagura, e il desiderio di stare loro accanto. Anche la partecipazione emotiva  ha un suo ruolo nella qualità e quantità dello stanziamento dei fondi. La catastrofe umanitaria dell’Irpinia (quasi tremila morti e più di ottomila feriti) ha prodotto negli infiniti anni della ricostruzione un sovrabudget incalcolabile. I conti non sono precisi ma certo più di trenta miliardi furono inghiottiti, troppe volte senza un senso e senza vergogna. Non sempre è così, non ovunque è così. 

Conta il danno ma contano anche le morti. Chi muore e come muore. I morti del terremoto dell’Umbria e delle Marche (1997) furono pochi e per lo più anziani. Fu una morte banale, quasi tranquilla: chi cedette all’infarto seguito alla paura, chi rovinò sul marciapiede per una caduta nella corsa alla salvezza. E lo Stato si comportò di conseguenza: le somme stanziate nell’anno successivo ammontarono a 4.810 euro pro capite. Nulla in confronto alla scena sconvolgente delle ventisette bare bianche, dei ventisette corpicini sepolti  dal cemento della scuola di San Giuliano di Puglia, l’unico fabbricato a venire raso al suolo dal sisma. Quei bimbi fecero piangere tutta l’Italia e quel pianto produsse una imponente, spropositata massa di aiuti che risultò pari, dopo dodici mesi, all’impegno di spesa di 27.027 euro per ciascuno degli abitanti molisani (anno 2002) colpiti, di riffa o di raffa, dal terremoto. Quasi sette volte in più. E la scena televisiva della morte dell’Aquila, il grande fondale dietro il quale la Protezione civile operò, ha fatto sì che nel primo anno si riuscisse a spendere in quella città circa un miliardo di euro. Un fiume di danaro senza pari che ha piegato le coscienze e coperto ogni speranza di rinascita per quella comunità. Ferma ad allora, alla fantastica era Bertolaso.
Le catastrofi alimentano il fatturato nazionale e sono chance irripetibili per chi gestisce i fondi. Guido Bertolaso grazie al dominio dell’industria del dolore è divenuto l’uomo più potente d’Italia. Solo lui poteva spendere, e solo lui non doveva fare i conti con Tremonti. Lui, sempre lui, firmava assegni, decideva, autorizzava, revocava.

Non ci vorranno molte ore e anche l’alluvione della Lunigiana rientrerà nel format dell’”occasione di sviluppo”. Bisogna investire di più e meglio nella prevenzione, stanziare i fondi per il dissesto idrogeologico, curare i sottoboschi, aiutare i contadini a curare le terre. Tutte cose che si diranno ma che non si faranno.

Quel che si farà sono le cose che tirano veramente: le opere non sottoposte a 
gara, definite di grande necessità e urgenza. In queste ore è tutta una battaglia, un cerca/trova. Servono bulldozer e cemento armato, gru e scavatori. Poi il piano di rientro, il cosiddetto reinsediamento. Intanto l’alloggiamento provvoisorio negli alberghi. I politici della catastrofe in genere hanno una unica necessità: allungare il più possibile l’emergenza. Più lunga è, più elevati i costi di gestione, più pingue il bottino di guerra. Quanto vale la frana di Giampilieri a Messina? E chi lo sa? Quanto costa la trentennale emergenza acqua di Reggio Calabria? E chi lo sa!
Siamo un last minute country. Paese dell’ultimo minuto, innamorato perso dei disastri. La sciagura tira e produce fatturato. La sciagura ci rende felici.


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Il giornalismo davanti a un incrocio - Barbara Spinelli, la Stampa, 10 ottobre 2010

Se apocalisse significa letteralmente ritiro del velo che copre le cose, quella che viviamo in Italia è l’apocalisse del giornalismo: è giornalismo denudato, svelato. È giornalismo che si trova davanti a un incrocio: se si fa forte, rinasce e ritrova lettori; se si compiace del proprio ruolo di golem della politica, perde i lettori per il semplice motivo che non ha mai pensato a loro. Diciamo subito che il male oltrepassa la piccola storia del Giornale di Sallusti e Feltri, nonostante la piccola storia sia tutt’altro che irrilevante: se la redazione è stata perquisita come fosse un covo di banditi, è perché da tempo il quotidiano si conduce in modo tale da suscitare sospetti, apprensione.

I suoi vertici orchestrano campagne di distruzione che colpiscono uno dopo l’altro chiunque osi criticare i proprietari della testata (la famiglia Berlusconi, il cui capo è premier): prima vennero le calunnie contro Veronica Lario, poi contro Dino Boffo direttore dell’Avvenire, poi per mesi contro Fini, adesso contro il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. Il male oltrepassa questa catena di operazioni belliche perché tutti i giornali scritti sono oggi al bivio.

La crisi è mondiale, i lettori si disaffezionano e invecchiano, i giovani cercano notizie su altre fonti: blog, giornali online. Philip Meyer, professore di giornalismo all’Università della Carolina del Nord, sostiene che l’ultimo quotidiano cartaceo uscirà nel 2040. Viviamo dunque gli ultimi giorni della stampa scritta e vale la pena meditarli in un Paese, l’Italia, che li vive così male. Per questo le aggressioni a Fini e alla Marcegaglia sono decisive, vanno studiate come casi esemplari. Si dirà che è storia antica, che da sempre il giornalismo sfiora il sensazionalismo. Alla fine dell’800, chi scriveva senza verificare le fonti veniva chiamato yellow journalist, e i primi giornalisti-liquidatori innamorati del proprio potere politico furono Joseph Pulitzer e William Hearst (Citizen Kane nel film di Orson Welles).

Perché giornalismo giallo? Perché un vignettista di Pulitzer aveva dato questo nome - yellow kid - al protagonista dei propri fumetti. Ma quelli erano gli inizi del grande giornalismo, fatto anche di preziose inchieste. Perfino il compassato Economist apprezzava la cosiddetta furia mediatica. Negli Anni 50, il direttore Geoffrey Crowther prescrisse ai redattori il motto seguente: «Semplifica, e poi esagera» (simplify, then exaggerate).

Ora tuttavia non siamo agli inizi ma alla fine di una grande avventura. Per ogni giornale stampato è apocalisse, e a ogni giornalista tocca esaminarsi allo specchio e interrogarsi sulla professione che ha scelto, sul perché intende continuare, su quel che vuol difendere e in primis: su chi sono gli interlocutori che cerca, cui sarà fedele. Nel declino gli animi tendono a agitarsi ancora più scompostamente, e questo spiega lo squasso morale di tante testate (e tante teste) legate al magnate dei media che è Berlusconi. Se quest’ultimo volesse davvero governare normalmente, come pretende, dovrebbe interiorizzare le norme che intelaiano la democrazia e non solo rinunciare agli scudi che lo immunizzano dai processi ma ai tanti, troppi mezzi di comunicazione che possiede. Lo dovrebbe per rispetto della carica che ricopre. Aiuterebbe l’informazione a rinascere, a uscire meglio dalla crisi che comunque traversa.

Chi scrive queste righe, si è sforzato di avere come sola bussola i lettori: non sempre con successo, ma sempre tentando una risposta alle loro domande. Ritengo che il lettore influenzi il giornalista più di quanto il giornalista influenzi il pubblico: in ogni conversazione, l’ascoltatore ha una funzione non meno maieutica di chi parla. Per un professionista che ami investigare sulla verità dei fatti, questo legame con chi lo legge prevale su ogni altro legame, con politici o colleghi. Una tavola rotonda fra giornalisti, senza lettori, ha qualcosa di osceno.
Tanto più sono colpita dalla condotta di esponenti del nostro mestiere che sembrano appartenere alle bande mafiose dei romanzi di Chandler. Nella loro distruttività usano la parola, i dossier o le foto alla stregua di pistole. Minacciano, prima ancora di mettersi davanti al computer.
Soprattutto, gridano alla libertà di stampa assediata, quando il velo cade e li svela. Hanno ragione quando difendono il diritto alle inchieste più trasgressive, e sempre può capitare l’errore: chi non sbaglia mai non è un reporter. Quel che non si può fare, è telefonare alla persona su cui s’indaga e intimidirla, promettendo di non agire in cambio di qualcosa. In tal caso non è inchiesta ma ricatto, seguito semmai da vendetta. È qui che entriamo nel romanzo criminale, nella logica non dell’articolo ma del pizzino. Il giornalista Lonnie Morgan dice a Marlowe, nel Lungo Addio: «Per come la penso io, bloccare le indagini su un omicidio con una telefonata e bloccarle stendendo il testimone è solo questione di metodo. La civiltà storce il naso in entrambi i casi».

Conviene ascoltare e riascoltare le parole pronunciate dai vertici del Giornale, perché inaudita è la violenza che emanano. Sentiamo quel che il vicedirettore Porro dice al telefono, pochi minuti dopo aver spedito un minatorio sms, a Rinaldo Arpisella, portavoce della Marcegaglia: «Ora ci divertiamo, per venti giorni romperemo il c... alla Marcegaglia come pochi al mondo. Abbiamo spostato i segugi da Montecarlo a Mantova». Perché? «Perché non sembra berlusconiana,... e non ci ha mai filati». Porro s’è presentato tempo fa in tv come «volto umano» del quotidiano (la «belva umana» è secondo lui Sallusti). Il presidente della Confindustria, come Boffo o Fini, ha criticato il premier: questo peccato mortale, non altri ritenuti veniali, indigna i giornalisti-vendicatori.

Il turpiloquio non è perseguibile: alla cornetta si dicono tante cose. Quel che è scandaloso viene dopo la telefonata. Spaventata dai malavitosi avvertimenti, la Marcegaglia telefona a Confalonieri, presidente di Mediaset e consigliere d’amministrazione del Giornale. Confalonieri telefona a Feltri, direttore editoriale. Si ottiene un accordo. Si parlerà della Marcegaglia, ma con cura: pubblicando magari articoli, fin qui ignorati, di altri giornali. È così che il giornalista si tramuta in smistatore di pizzini, e demolitore della propria professione.

Quello del giornalista è un bel mestiere con brutte abitudini, e tale doppiezza gli sta accanto sempre. È qui che l’occhio del lettore aiuta a star diritti, a non farsi usare: è il lettore il suo sovrano, anche se la maggior parte dei giornali dipende purtroppo, in Italia, da industriali e non da editori. Berlusconi ha reso più che mai evidente un vizio ben antico. Così come lui carezza la sovranità del popolo senza rispettarlo, così rischiamo di fare noi con i lettori. Rispettarli è l’unica via per lottare contro la nostra fine, e le opportunità non mancano: è il resoconto veritiero, è smascherare le falsità. È servire la persona che ancora acquista giornali. Ci vuole qualcuno che trattenga l’apocalisse, cioè l’avvento dell’anomia, dell’illegalità generalizzata: un katéchon, come nella seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi (2,6-7).

Il giornalista che aspira a «trattenere» lo squasso è in costante stato di Lungo Addio, come il private eye di Chandler. Il suo è un addio alle manipolazioni, alle congetture infondate, alla politica da cui è usato, ai tempi del Palazzo, a tutto ciò che lo allontana da tanti lettori che perdono interesse nei giornali scritti, troppo costosi per esser liberi. Chi vive nella coscienza d’un commiato sempre incombente sa che c’è un solo modo di congedarsi dalle male educazioni del mestiere: solo se il Lungo Addio, come per Philip Marlowe, ignora le bombe a orologeria ed è «triste, solitario e finale».


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