lunedì 31 ottobre 2011

Esistono anche altre donne - Concita De Gregorio, l'Unità, 19 gennaio 2011

Esistono anche altre donne. Esiste San Suu Kyi, che dice: «Un’esistenza significativa va al di là della mera gratificazione di necessità materiali. Non tutto si può comprare col denaro, non tutti sono disposti ad essere comprati. Quando penso a un paese più ricco non penso alla ricchezza in denaro, penso alle minori sofferenze per le persone, al rispetto delle leggi, alla sicurezza di ciascuno, all’istruzione incoraggiata e capace di ampliare gli orizzonti. Questo è il sollievo di un popolo».

Osservo le ragazze che entrano ed escono dalla Questura, in questi giorni: portano borse firmate grandi come valige, scarpe di Manolo Blanick, occhiali giganti che costano quanto un appartamento in affitto. È per avere questo che passano le notti travestite da infermiere a fingere di fare iniezioni e farsele fare da un vecchio miliardario ossessionato dalla sua virilità. E’ perché pensano che avere fortuna sia questo: una valigia di Luis Vuitton al braccio e un autista come Lele Mora. Lo pensano perché questo hanno visto e sentito, questo propone l’esempio al potere, la sua tv e le sue leader, le politiche fatte eleggere per le loro doti di maitresse, le starlette televisive che diventano titolari di ministeri.
Ancora una volta, il baratro non è politico: è culturale. E’ l’assenza di istruzione, di cultura, di consapevolezza, di dignità. L’assenza di un’alternativa altrettanto convincente. E’ questo il danno prodotto dal quindicennio che abbiamo attraversato, è questo il delitto politico compiuto: il vuoto, il volo in caduta libera verso il medioevo catodico, infine l’Italia ridotta a un bordello.

Sono sicura, so con certezza che la maggior parte delle donne italiane non è in fila per il bunga bunga. Sono certa che la prostituzione consapevole come forma di emancipazione dal bisogno e persino come strumento di accesso ai desideri effimeri sia la scelta, se scelta a queste condizioni si può chiamare, di una minima minoranza. È dunque alle altre, a tutte le altre donne che mi rivolgo. Sono due anni che lo faccio, ma oggi è il momento di rispondere forte: dove siete, ragazze? Madri, nonne, figlie, nipoti, dove siete. Di destra o di sinistra che siate, povere o ricche, del Nord o del Sud, donne figlie di un tempo che altre donne prima di voi hanno reso ricco di possibilità uguale e libero, dove siete? Davvero pensate di poter alzare le spalle, di poter dire non mi riguarda? Il grande interrogativo che grava sull’Italia, oggi, non è cosa faccia Silvio B. e perché.

La vera domanda è perché gli italiani e le italiane gli consentano di rappresentarli. Il problema non è lui, siete voi. Quel che il mondo ci domanda è: perché lo votate? Non può essere un’inchiesta della magistratura a decretare la fine del berlusconismo, dobbiamo essere noi. E non può essere la censura dei suoi vizi senili a condannarlo, né l’accertamento dei reati che ha commesso: dei reati lasciate che si occupi la magistratura, i vizi lasciate che restino miserie private.

Quel che non possiamo, che non potete consentire è che questo delirio senile di impotenza declinato da un uomo che ha i soldi – e come li ha fatti, a danno di chi, non ve lo domandate mai? - per pagare e per comprare cose e persone, prestazioni e silenzi, isole e leggi, deputati e puttane portate a domicilio come pizze continui ad essere il primo fra gli italiani, il modello, l’esempio, la guida, il padrone.

Lo sconcerto, lo sgomento non sono le carte che mostrano – al di là dei reati, oltre i vizi – un potere decadente fatto di una corte bolsa e ottuagenaria di lacchè che lucrano alle spalle del despota malato. Lo sgomento sono i padri, i fratelli che rispondono, alla domanda è sua figlia, sua sorella la fidanzata del presidente: «Magari». Un popolo di mantenuti, che manda le sue donne a fare sesso con un vecchio perché portino i soldi a casa, magari li portassero. Siete questo, tutti? Non penso, non credo che la maggioranza lo sia. Allora, però, è il momento di dirlo.


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I Masi comunicanti - Marco Travaglio, il Fatto Quotidiano, 17 febbraio 2011

La neolingua berlusconiana fa passi da gigante: non contenta di sfornare vocaboli privi di qualsiasi attinenza con la realtà, è passata agli sragionamenti. Un milione di persone, perlopiù donne, manifestano contro la mignottocrazia? B. appena sveglio passeggia sul suo scendiletto preferito, Belpietro, e tuona: “Vergogna, una mobilitazione di parte, faziosa”. Ora, da che mondo è mondo, le manifestazioni si fanno pro o contro qualcosa o qualcuno. Altrimenti si sta a casa. Invece B. le manifestazioni le vuole bipartisan. Concetto già espresso dall’autorevole Giletti, a Domenica In, con la lavata di capo alla cantante Emma che aveva approfittato della giornata libera da Sanremo per manifestare a Roma: “Un caso che farà discutere, perché quella è una manifestazione di un certo tipo, che va in una certa direzione”. Ecco: le manifestazioni non devono andare in nessuna direzione. I manifestanti restino dunque fermi e zitti. Oppure, se uno grida “Viva”, dev’esserci subito un altro che urla “Abbasso”, e viceversa. Se vuoi dire “mai”, devi portarti dietro uno che dica “sempre”, altrimenti sei fazioso. E, come suggerisce Ellekappa, se una donna dissente dal bungabunga, un’altra deve ballare la lap dance intorno al palo portatile. Da domani nei bar, se un fazioso entra e dice “piove”, il barista dovrà subito riequilibrarlo per garantire il contraddittorio: “No, signore, guardi che c’è il sole”. Anche la satira deve adeguarsi: se Luca e Paolo, a Sanremo, prendono in giro il capo del governo, ecco subito Mauro Mazza, direttore di Rai1, intimare di “fare satira sull’opposizione” (Mazza è lo stesso che nel 2006, direttore del Tg1, oscurò Il Caimano di Moretti perché, essendo uscito in campagna elettorale, violava la par condicio: se ne poteva parlare solo dopo le elezioni, ma poi non se ne parlò più perché nel frattempo il film era uscito dalle sale). 

Se a qualcuno scappa una barzelletta sui Carabinieri, essa dovrà essere obbligatoriamente seguita da una sulla Polizia, una sulla Guardia di finanza, una sulla Forestale e così via. È il principio dei Masi comunicanti, molto in voga alla Rai: se dai una notizia, il tuo vicino deve dire che è una bugia, così la gente non distingue più il vero dal falso. Tutto diventa opinione, anche la matematica. L’altro giorno persino il Tg5 ha superato il Tg1, ma per Minzolingua questa “è polemica politica” e per il Giornale “l’opposizione strumentalizza la sfida degli ascolti”. Anche i punti di share sono faziosi. 

Il fatto è che ormai è impossibile anche la par condicio fra le opinioni: con chi nega l’evidenza e applica due pesi e due misure ad amici e nemici, non c’è più alcun confronto. Che discussione ci può essere con uno dei 315 deputati che han votato la mozione Paniz, quella in cui si afferma che B. telefonò in Questura per scongiurare un incidente con l’Egitto? O con Sallusti, il quale scrive che il processo a B. per il caso Ruby è “il primo che si celebra in Italia in assenza di vittime o parti offese”, quando il gip indica nel rinvio a giudizio cinque parti offese (Ruby, tre funzionari della Questura e il ministero dell’Interno)? Quando c’è di mezzo B., l’alto numero dei processi subìti è la prova della persecuzione (anche se lui cominciò a dirsi perseguitato al primo processo). Intanto Luca Delfino, già condannato a 16 anni in tribunale per l’omicidio di una sua ex fidanzata, viene assolto nel secondo processo dall’accusa di avere sgozzato un’altra ex. Il Giornale correttamente fa notare che non è un’assoluzione piena: la formula dell’articolo 530 comma 2 “comprende l’antica insufficienza di prove”. È la stessa formula con cui B. fu assolto in Cassazione per le tangenti Fininvest alla Finanza. Solo che stavolta il Giornale titola: “Killer assolto, in rivolta i parenti delle vittime”. Per B. invece non titolò: “Corruttore assolto, in rivolta gli italiani onesti”. Ma: “B. assolto, è innocente non corruppe la Guardia di finanza”. Dunque anche le sentenze diventano un’opinione: dipende da chi è l’imputato.


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L'uomo che

Alberto Moravia, uno dei primi esempi, e tra i più fulgidi, di "uomini che"
Da un po' di anni a questa parte è invalsa la moda autorale di intitolare le proprie opere "l'uomo che (fa qualsiasi cosa)". Quest'uomo, che non si capisce chi sia, è di volta in volta immortalato e presentato al lettore mentre è intento a volte in qualche stramba e tediosa occupazione, altre volte in qualche arte cartomantica o addirittura divinatoria/divina, altre ancora in inquietanti atti di spiritualismo metafisico. C'è chi si diletta a fissare capre e a scambiare la moglie per un cappello (contento lui) e chi tenta di vendere futuro o di pesare cani a ogni angolo di strada. 
"L'uomo che" dei nostri tempi, pur di attirare l'attenzione, si professa, insomma, capace di qualsiasi impresa, dalla più insensata o effimera alla più eclatante ed onnipotente. È vero, ci sono stati precedenti illustri, come "l'uomo che guarda" di alberto moravia, "l'uomo che ride" di victor hugo o "l'uomo che guardava passare i treni" di george simenon. Ma oggi la moda "dell'uomo che" ha tracimato oltre i limiti del buon senso. Tutti sono "uomini che", tutti tentano di farsi notare per qualcosa. L'ingorgo merceologico nel quale siamo immersi costringe i poveri scrittori a ideare titoli finanche imbarazzanti per le loro opere, pur di fermare lo sguardo dal cliente che corre veloce da uno scaffale all'altro. Per ottemperare a tale scopo, l'autore ricorre a titoli che evocano o la banalità sconcertante di un'azione del tutto futile ("ma se mi leggete scoprirete cosa vi si nasconde!") o lo stupore e lo shoc generati da una potenza d'azione (e di scrittura) magnifica e perturbante, riecheggiata con malizia ("guardate di cosa è capace il protagonista del mio libro!"). 
Quando si dice l'anonimia della contemporaneità.

Sta di fatto che questi libri (e questi film, visto che la moda sta invadendo anche il campo cinematografico) sembrano tutti uguali. Il troppo che inonda scaffali e vetrine delle librerie non si sovrasta col titolo, ma con la propria arte. Anzi, non è neanche detto che il successo debba necessariamente arridere allo scrittore: se penso che kafka lasciò detto di bruciare tutte le sue opere
  1. l'uomo che amava i bambini, di christina stead
  2. l'uomo che amava la cina, di simon winchester
  3. l'uomo che amava le isole/l'uomo che era morto, di david herbert lawrence 
  4. l'uomo che amava le tenebre, di dean koontz
  5. l'uomo che amava troppo, di charlotte link
  6. l'uomo che aveva previsto (quasi) tutto, di jean luc porquet
  7. l'uomo che brucia, di massimiliano governi
  8. l'uomo che cade, di don delillo
  9. l'uomo che doveva morire, di claudio gavioli
  10. l'uomo che fissa le capre, di jon ronson 
  11. l'uomo che non credeva in dio, di eugenio scalfari
  12. l'uomo che non ho sposato, di rossana campo 
  13. l'uomo che parlava solo, di lalla romano
  14. l'uomo che pesava i cani, di maurizio milani
  15. l'uomo che piantava gli alberi, di jean giono 
  16. l'uomo che raccoglieva storie, di vincenzo pastore
  17. l'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, di oliver sacks
  18. l'uomo che sussurrava ai cavalli, di nicholas evans
  19. l'uomo che vendeva futuro, di james othmer 
  20. l'uomo che vive dei suoi sogni, di roberto pagnanelli
  21. l'uomo che voleva essere maigret, di maurizio testa
 ad libitum...   


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domenica 30 ottobre 2011

Tifosi Inter - Tifosi Juve 0-0 dell'incivilità


Qualche giorno fa è stata aperta un'inchiesta sulla costruzione dello Juventus Stadium, lo stadio in cui la squadra di calcio della Juventus gioca le partite casalinghe. Gli inquirenti ipotizzano l'utilizzo di un tipo di acciaio fuori norma da parte di una delle ditte incaricate della costruzione. Lo stadio è stato comunque dichiarato agibile

Qui sopra potete osservare con i vostri occhi il becero commento dei tifosi interisti sulla vicenda. Per chi non lo sapesse, l'Heysel è uno stadio belga che il 29 maggio 1985 ospitò la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Prima della partita gli incidenti scatenati dagli ultras di entrambe le tifoserie originarono una calca spaventosa che calpestò e uccise 39 persone, ferendone oltre 600.

La risposta dei tifosi juventini non si è fatta attendere e si è manifestata nei cori razzisti contro Maicon e negli insulti alla memoria di Giacinto Facchetti. 

Il calcio è anche questo.


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Lo spirito di un giornale - Giuseppe Fava, il Giornale del Sud, 11 ottobre 1981



Egregi amici,
voi avete tre idee politiche diverse, e mi piace immaginare che siate un democristiano, un socialista e un comunista, cioè che copriate sostanzialmente l'arco politico che conta oggi in Italia. Io sono un socialista senza mai tessera (l'ho scritto altre volte) e perciò ferocemente critico nei confronti di tutti gli errori socialisti, continuamente pieno di passione e speranze, e continuamente deluso nei miei sogni civili. Ma evidentemente la vostra richiesta non riguardava il mio ideale politico (che è comunque un fatto gelosamente personale) e nemmeno la posizione politica del giornale, che è stata chiara e trasparente fin dal primo numero, quanto quello che voi chiamate il significato e io più esattamente vorrei definire lo spirito politico del Giornale del Sud. Una identità nella quale non gioca più la politica intesa come nel senso grossolano del termine, ma il concetto di politica come criterio morale della vita sociale. Da questa prospettiva io posso serenamente e subito affermare che lo spirito politico di questo giornale è la verità. Onestamente la verità. Sempre la verità. Cioè la capacità di informare la pubblica opinione su tutto quello che accade, i problemi, i misfatti, le speranze, i crimini, le violenze, i progetti, le corruzioni. I fatti e i personaggi. E non soltanto quelli che hanno vita ufficiale e arrivano al giornale con le proprie gambe, i comunicati, i discorsi, gli ordini del giorno, poiché spesso sono truccati e camuffati per ingannare il cittadino, ma tutti gli infiniti fatti e personaggi che animano la vita della società siciliana, e quasi sempre restano nel buio, intanati, nascosti, interrati. Io sostengo che la vera notizia non è quella che il giornalista apprende, ma quella che egli pazientemente riesce a scoprire.

Io ho un concetto etico del giornalismo.
Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza la criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili. pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.

Se un giornale non è capace di questo, si fa carico anche di vite umane. Persone uccise in sparatorie che si sarebbero potute evitare se la pubblica verità avesse ricacciato indietro i criminali, ragazzi stroncati da overdose di droga che non sarebbe mai arrivata nelle loro mani se la pubblica verità avesse denunciato l’infame mercato, ammalati che non sarebbero periti se la pubblica verità avesse reso più tempestivo il loro ricovero. Un giornalista incapace - per vigliaccheria o calcolo - della verità si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, e le sofferenze, le sopraffazioni, le corruzioni, le violenze che non è stato capace di combattere. Il suo stesso fallimento!

Ecco lo spirito politico del Giornale del Sud è questo! La verità! Dove c’è verità, si può realizzare giustizia e difendere la libertà! Se l’Europa degli anni trenta-quaranta non avesse avuto paura di affrontare Hitler fin dalla prima sfida di violenza, non ci sarebbe stata la strage della seconda guerra mondiale, decine di milioni di uomini non sarebbero caduti per riconquistare una libertà che altri, prima di loro, avevano ceduto per vigliaccheria.

E’ una regola morale che si applica alla vita dei popoli e a quella degli individui. A coloro che stavano intanati, senza il coraggio di impedire la sopraffazione e la violenza, qualcuno disse: "Il giorno in cui toccherà a voi non riuscirete più a fuggire, nè la vostra voce sarà così alta che qualcuno possa venire a salvarvi!"



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I maestri d’acqua a Palermo in epoca alto-medievale - Gaspare Ingargiola, water(on)line, 17 marzo 2011

Le opere architettoniche sotterranee sono una caratteristica della città di Palermo, ‘stratificata’ come si vuole che fosse la mitologica Troia scoperta da Schliemann, l’archeologo che nel 1870 credette di aver rinvenuto in Turchia i resti della città cantata da Omero. Anche Palermo, in ogni epoca sottomessa a popoli di ogni cultura e pensiero, può vantare un sottosuolo ‘ricco’ e perlopiù ignoto ai suoi stessi residenti.

Tra le opere della Palermo sotterranea particolarmente interessanti dal punto di vista archeologico sono i qanat, canali acquiferi di epoca araba. Da sempre la necessità di approvvigionamento idrico rappresenta una problematica urgente in un territorio dal clima tanto afoso. In epoca antica il rifornimento idrico era garantito da sorgenti e pozzi freatici situati fuori le mura della «paleopoli» (la città antica), che sorgeva su una penisola compresa tra le foci dei fiumi Kemonia e Papireto.

Col sopraggiungere della dominazione araba la situazione mutò profondamente, e in meglio. Gli arabi giunti in Sicilia appartenevano alla dinastia dei Kalbiti, subordinata alla dinastia dei Fatimidi. I Kalbiti conquistarono Palermo nell’831 e l’intera isola nel 965. Negli anni della loro dominazione (che perdurò fino al 1048) ebbero l’enorme merito di rendere Palermo la capitale culturale europea e la Sicilia una terra florida dal punto di vista economico, culturale, infrastrutturale.

Per quanto attiene le infrastrutture idriche del capoluogo siculo, i Kalbiti procedettero alla riorganizzazione del rifornimento idrico sia in ambito urbano che extraurbano: da allora, la piana di Palermo divenne quel rigoglioso giardino conosciuto nel mondo come la Conca d’oro. Nell’opera di riorganizzazione era inclusa proprio la realizzazione dei qanat. Si tratta di strette gallerie sotterranee scavate dai muqanni, i «maestri d’acqua», che convogliavano e trasportavano il prezioso elemento dalle falde acquifere fino al punto di fruizione finale. Per realizzarle, i maestri d’acqua arabi utilizzavano delle semplici zappe, sfruttando la friabilità e lavorabilità della calcarenite, il minerale che per massima parte concorreva alla composizione del terreno nella piana di Palermo.

Insieme ai foggara, altra tipologia di condotto sotterraneo, i numerosi qanat costituivano un sistema di canalizzazione basato sul principio dei vasi comunicanti, sistema che consentiva di trasportare l’acqua in superficie anche da notevoli profondità. I condotti si sviluppavano secondo una pendenza mai superiore allo 0,5%, in modo da garantire un flusso regolare ma ridotto, che non erodesse in tempi brevi le pareti dei qanat. Gli scavi procedevano da valle verso monte per evitare il deflusso delle acque.

I maestri d’acqua si occupavano anche della realizzazione di pozzi verticali che mettevano in comunicazione i qanat con la superficie. Tali pozzi avevano una duplice funzione: da una parte venivano utilizzati per l’estrazione del materiale da scavo, dall’altra facilitavano la raccolta dell’acqua nelle abitazioni.

La maestranza dei maestri d’acqua aveva dunque una particolare importanza nell’economia e nella società palermitane in epoca alto-medievale. La rilevanza della loro opera venne riconosciuta dalla creazione di una delle corporazioni delle arti e mestieri che sorsero a partire dal XII secolo. Le corporazioni medievali erano associazioni deputate a regolamentare e tutelare le attività degli appartenenti a una stessa categoria professionale. Anche la corporazione dei maestri d’acqua aveva evidentemente elaborato un sistema di norme di riconoscimento e organizzazione del proprio mestiere.

In origine i maestri d’acqua facevano parte di un’unica maestranza con i mastri muratori e solamente in seguito ottennero di potersi organizzare in una corporazione autonoma, con mansioni rigorosamente distinte da quelle degli stessi muratori. Tale distinzione venne sancita nel 1644 dal Senato Palermitano attraverso uno specifico accordo* che coinvolgeva entrambe le categorie lavoratrici. Anche all’interno della loro stessa corporazione i maestri d’acqua osservavano una stretta suddivisione delle specifiche competenze.

La maestranza si reggeva su basi cooptative e il mestiere veniva trasmesso di padre in figlio: per l’erede di un maestro d’acqua era sufficiente pagare una tassa di 3 once per entrare a far parte della corporazione. Molto più complesso l’iter di inserimento per un ‘esterno’. Il garzone che avesse voluto acquisire l’ambito titolo professionale, doveva compiere un periodo di apprendistato alle dipendenze di un maestro della durata di 6 anni. A sua unica garanzia, in caso di prepotenze o torti subiti il garzone poteva rivolgersi al consiglio della corporazione e al suo capofila, il così detto console, chiedendo il trasferimento presso altra bottega e altro maestro.

Trascorsi i 6 anni, il garzone doveva affrontare una severa selezione, sottoponendosi a una prova finale della durata di 2 settimane: sotto le direttive di un maestro d’acqua doveva dimostrare la padronanza dei mezzi e delle conoscenze necessaria per la ‘promozione’ a maestro d’acqua. Al termine delle 2 settimane, un’apposita commissione esaminatrice (composta da membri del consiglio della corporazione, dal ‘console’ e da maestri d’ di provata esperienza e indubbia capacità) giudicava la prova ed eventualmente attribuiva l’ambito ‘titolo’ di maestro tanto faticosamente guadagnato.

Sanzioni erano previste per quei commissari che non giudicassero con probità e misura, ad esempio tentando di favorire un loro prediletto. Chi non si fosse dimostrato all’altezza, doveva tornare a praticare il mestiere in bottega in attesa di una nuova prova d’esame. In alternativa, poteva provare a sposare la figlia di un maestro d’acqua, la qual cosa permetteva di ereditarne immediatamente il titolo, così come accadeva per i figli. Le figlie dei maestri d’acqua, infatti, potevano sposare solo i maestri d’acqua, i loro figli o i loro garzoni.

I maestri d’acqua avevano anche un santo protettore, San Miniato, e celebravano la propria maestranza ogni 4 di agosto con un processione molto sentita e partecipata, nella quale ogni maestro era obbligato a portare un cero acceso con sopra inciso il simbolo della maestranza.

L’arte dei maestri d’acqua ha resistito per secoli e solo a partire dalla seconda guerra mondiale è entrato in disuso. La città di Palermo ha ricordato il loro antico mestiere intitolando loro due vie: la Via Maestri d’Acqua si trova fra la Via Divisi e la Piazzetta Montesanto nel Mandamento Tribunali. Il Vicolo Maestro d’Acqua (già Vicolo dei Maestri Fontanieri) si trova fra la Via S. Agostino e la Piazzetta delle Stigmate e via Ugo Antonio Amico nel Mandamento Monte di Pietà.


* F. Lionti, Antiche maestranze della Città di Palermo, Palermo, Offset Studio, 2009.


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L’economia della catastrofe - Antonello Caporale, la Repubblica, 29 ottobre 2011

Chiunque rilegga la storia d’Italia degli ultimi trent’anni, verificherà che è contrassegnata da un legame intenso tra le ricorrenti catastrofi nazionali e l’economia che intorno ad esse si è sviluppata. Fu Ada Becchi Collidà a studiare prima e meglio di tutti, si era negli anni Ottanta,  le chances economiche del disastro. Senza il terremoto la Dc irpina non avrebbe preso possesso del partito e del governo (sette ministri campani nell’esecutivo degli anni del post sisma). Il budget della catastrofe promosse l’opa politica, i miliardi di lire allora spesi servirono anche a rastrellare coscienze e voti. La catastrofe come grande opportunità non è soltanto immortalata nella conversazione telefonica notturna della cricca aquilana. Ha strutturato negli anni la figura dell’occasionista, il politico che nel lutto trae linfa vitale, forza propulsiva per la sua carriera di governo, colui che coniuga la morte come benedizione divina, ferita da sanare al più presto, danno da risarcire generosamente: perciò più finanziamenti e possibilmente una gestione extra delle spese per la ricostruzione.

I disastri nazionali hanno un valore diseguale e vengono valutati nella contabilità dello Stato a seconda dell’emozione che producono nella coscienza collettiva. Le immagini di morte delle Cinque Terre, meraviglia dell’Unesco, hanno già prodotto un forte e sincero choc nazionale, e rispetto per la compostezza con la quale le vittime stanno affrontando la sciagura, e il desiderio di stare loro accanto. Anche la partecipazione emotiva  ha un suo ruolo nella qualità e quantità dello stanziamento dei fondi. La catastrofe umanitaria dell’Irpinia (quasi tremila morti e più di ottomila feriti) ha prodotto negli infiniti anni della ricostruzione un sovrabudget incalcolabile. I conti non sono precisi ma certo più di trenta miliardi furono inghiottiti, troppe volte senza un senso e senza vergogna. Non sempre è così, non ovunque è così. 

Conta il danno ma contano anche le morti. Chi muore e come muore. I morti del terremoto dell’Umbria e delle Marche (1997) furono pochi e per lo più anziani. Fu una morte banale, quasi tranquilla: chi cedette all’infarto seguito alla paura, chi rovinò sul marciapiede per una caduta nella corsa alla salvezza. E lo Stato si comportò di conseguenza: le somme stanziate nell’anno successivo ammontarono a 4.810 euro pro capite. Nulla in confronto alla scena sconvolgente delle ventisette bare bianche, dei ventisette corpicini sepolti  dal cemento della scuola di San Giuliano di Puglia, l’unico fabbricato a venire raso al suolo dal sisma. Quei bimbi fecero piangere tutta l’Italia e quel pianto produsse una imponente, spropositata massa di aiuti che risultò pari, dopo dodici mesi, all’impegno di spesa di 27.027 euro per ciascuno degli abitanti molisani (anno 2002) colpiti, di riffa o di raffa, dal terremoto. Quasi sette volte in più. E la scena televisiva della morte dell’Aquila, il grande fondale dietro il quale la Protezione civile operò, ha fatto sì che nel primo anno si riuscisse a spendere in quella città circa un miliardo di euro. Un fiume di danaro senza pari che ha piegato le coscienze e coperto ogni speranza di rinascita per quella comunità. Ferma ad allora, alla fantastica era Bertolaso.
Le catastrofi alimentano il fatturato nazionale e sono chance irripetibili per chi gestisce i fondi. Guido Bertolaso grazie al dominio dell’industria del dolore è divenuto l’uomo più potente d’Italia. Solo lui poteva spendere, e solo lui non doveva fare i conti con Tremonti. Lui, sempre lui, firmava assegni, decideva, autorizzava, revocava.

Non ci vorranno molte ore e anche l’alluvione della Lunigiana rientrerà nel format dell’”occasione di sviluppo”. Bisogna investire di più e meglio nella prevenzione, stanziare i fondi per il dissesto idrogeologico, curare i sottoboschi, aiutare i contadini a curare le terre. Tutte cose che si diranno ma che non si faranno.

Quel che si farà sono le cose che tirano veramente: le opere non sottoposte a 
gara, definite di grande necessità e urgenza. In queste ore è tutta una battaglia, un cerca/trova. Servono bulldozer e cemento armato, gru e scavatori. Poi il piano di rientro, il cosiddetto reinsediamento. Intanto l’alloggiamento provvoisorio negli alberghi. I politici della catastrofe in genere hanno una unica necessità: allungare il più possibile l’emergenza. Più lunga è, più elevati i costi di gestione, più pingue il bottino di guerra. Quanto vale la frana di Giampilieri a Messina? E chi lo sa? Quanto costa la trentennale emergenza acqua di Reggio Calabria? E chi lo sa!
Siamo un last minute country. Paese dell’ultimo minuto, innamorato perso dei disastri. La sciagura tira e produce fatturato. La sciagura ci rende felici.


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Il giornalismo davanti a un incrocio - Barbara Spinelli, la Stampa, 10 ottobre 2010

Se apocalisse significa letteralmente ritiro del velo che copre le cose, quella che viviamo in Italia è l’apocalisse del giornalismo: è giornalismo denudato, svelato. È giornalismo che si trova davanti a un incrocio: se si fa forte, rinasce e ritrova lettori; se si compiace del proprio ruolo di golem della politica, perde i lettori per il semplice motivo che non ha mai pensato a loro. Diciamo subito che il male oltrepassa la piccola storia del Giornale di Sallusti e Feltri, nonostante la piccola storia sia tutt’altro che irrilevante: se la redazione è stata perquisita come fosse un covo di banditi, è perché da tempo il quotidiano si conduce in modo tale da suscitare sospetti, apprensione.

I suoi vertici orchestrano campagne di distruzione che colpiscono uno dopo l’altro chiunque osi criticare i proprietari della testata (la famiglia Berlusconi, il cui capo è premier): prima vennero le calunnie contro Veronica Lario, poi contro Dino Boffo direttore dell’Avvenire, poi per mesi contro Fini, adesso contro il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia. Il male oltrepassa questa catena di operazioni belliche perché tutti i giornali scritti sono oggi al bivio.

La crisi è mondiale, i lettori si disaffezionano e invecchiano, i giovani cercano notizie su altre fonti: blog, giornali online. Philip Meyer, professore di giornalismo all’Università della Carolina del Nord, sostiene che l’ultimo quotidiano cartaceo uscirà nel 2040. Viviamo dunque gli ultimi giorni della stampa scritta e vale la pena meditarli in un Paese, l’Italia, che li vive così male. Per questo le aggressioni a Fini e alla Marcegaglia sono decisive, vanno studiate come casi esemplari. Si dirà che è storia antica, che da sempre il giornalismo sfiora il sensazionalismo. Alla fine dell’800, chi scriveva senza verificare le fonti veniva chiamato yellow journalist, e i primi giornalisti-liquidatori innamorati del proprio potere politico furono Joseph Pulitzer e William Hearst (Citizen Kane nel film di Orson Welles).

Perché giornalismo giallo? Perché un vignettista di Pulitzer aveva dato questo nome - yellow kid - al protagonista dei propri fumetti. Ma quelli erano gli inizi del grande giornalismo, fatto anche di preziose inchieste. Perfino il compassato Economist apprezzava la cosiddetta furia mediatica. Negli Anni 50, il direttore Geoffrey Crowther prescrisse ai redattori il motto seguente: «Semplifica, e poi esagera» (simplify, then exaggerate).

Ora tuttavia non siamo agli inizi ma alla fine di una grande avventura. Per ogni giornale stampato è apocalisse, e a ogni giornalista tocca esaminarsi allo specchio e interrogarsi sulla professione che ha scelto, sul perché intende continuare, su quel che vuol difendere e in primis: su chi sono gli interlocutori che cerca, cui sarà fedele. Nel declino gli animi tendono a agitarsi ancora più scompostamente, e questo spiega lo squasso morale di tante testate (e tante teste) legate al magnate dei media che è Berlusconi. Se quest’ultimo volesse davvero governare normalmente, come pretende, dovrebbe interiorizzare le norme che intelaiano la democrazia e non solo rinunciare agli scudi che lo immunizzano dai processi ma ai tanti, troppi mezzi di comunicazione che possiede. Lo dovrebbe per rispetto della carica che ricopre. Aiuterebbe l’informazione a rinascere, a uscire meglio dalla crisi che comunque traversa.

Chi scrive queste righe, si è sforzato di avere come sola bussola i lettori: non sempre con successo, ma sempre tentando una risposta alle loro domande. Ritengo che il lettore influenzi il giornalista più di quanto il giornalista influenzi il pubblico: in ogni conversazione, l’ascoltatore ha una funzione non meno maieutica di chi parla. Per un professionista che ami investigare sulla verità dei fatti, questo legame con chi lo legge prevale su ogni altro legame, con politici o colleghi. Una tavola rotonda fra giornalisti, senza lettori, ha qualcosa di osceno.
Tanto più sono colpita dalla condotta di esponenti del nostro mestiere che sembrano appartenere alle bande mafiose dei romanzi di Chandler. Nella loro distruttività usano la parola, i dossier o le foto alla stregua di pistole. Minacciano, prima ancora di mettersi davanti al computer.
Soprattutto, gridano alla libertà di stampa assediata, quando il velo cade e li svela. Hanno ragione quando difendono il diritto alle inchieste più trasgressive, e sempre può capitare l’errore: chi non sbaglia mai non è un reporter. Quel che non si può fare, è telefonare alla persona su cui s’indaga e intimidirla, promettendo di non agire in cambio di qualcosa. In tal caso non è inchiesta ma ricatto, seguito semmai da vendetta. È qui che entriamo nel romanzo criminale, nella logica non dell’articolo ma del pizzino. Il giornalista Lonnie Morgan dice a Marlowe, nel Lungo Addio: «Per come la penso io, bloccare le indagini su un omicidio con una telefonata e bloccarle stendendo il testimone è solo questione di metodo. La civiltà storce il naso in entrambi i casi».

Conviene ascoltare e riascoltare le parole pronunciate dai vertici del Giornale, perché inaudita è la violenza che emanano. Sentiamo quel che il vicedirettore Porro dice al telefono, pochi minuti dopo aver spedito un minatorio sms, a Rinaldo Arpisella, portavoce della Marcegaglia: «Ora ci divertiamo, per venti giorni romperemo il c... alla Marcegaglia come pochi al mondo. Abbiamo spostato i segugi da Montecarlo a Mantova». Perché? «Perché non sembra berlusconiana,... e non ci ha mai filati». Porro s’è presentato tempo fa in tv come «volto umano» del quotidiano (la «belva umana» è secondo lui Sallusti). Il presidente della Confindustria, come Boffo o Fini, ha criticato il premier: questo peccato mortale, non altri ritenuti veniali, indigna i giornalisti-vendicatori.

Il turpiloquio non è perseguibile: alla cornetta si dicono tante cose. Quel che è scandaloso viene dopo la telefonata. Spaventata dai malavitosi avvertimenti, la Marcegaglia telefona a Confalonieri, presidente di Mediaset e consigliere d’amministrazione del Giornale. Confalonieri telefona a Feltri, direttore editoriale. Si ottiene un accordo. Si parlerà della Marcegaglia, ma con cura: pubblicando magari articoli, fin qui ignorati, di altri giornali. È così che il giornalista si tramuta in smistatore di pizzini, e demolitore della propria professione.

Quello del giornalista è un bel mestiere con brutte abitudini, e tale doppiezza gli sta accanto sempre. È qui che l’occhio del lettore aiuta a star diritti, a non farsi usare: è il lettore il suo sovrano, anche se la maggior parte dei giornali dipende purtroppo, in Italia, da industriali e non da editori. Berlusconi ha reso più che mai evidente un vizio ben antico. Così come lui carezza la sovranità del popolo senza rispettarlo, così rischiamo di fare noi con i lettori. Rispettarli è l’unica via per lottare contro la nostra fine, e le opportunità non mancano: è il resoconto veritiero, è smascherare le falsità. È servire la persona che ancora acquista giornali. Ci vuole qualcuno che trattenga l’apocalisse, cioè l’avvento dell’anomia, dell’illegalità generalizzata: un katéchon, come nella seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi (2,6-7).

Il giornalista che aspira a «trattenere» lo squasso è in costante stato di Lungo Addio, come il private eye di Chandler. Il suo è un addio alle manipolazioni, alle congetture infondate, alla politica da cui è usato, ai tempi del Palazzo, a tutto ciò che lo allontana da tanti lettori che perdono interesse nei giornali scritti, troppo costosi per esser liberi. Chi vive nella coscienza d’un commiato sempre incombente sa che c’è un solo modo di congedarsi dalle male educazioni del mestiere: solo se il Lungo Addio, come per Philip Marlowe, ignora le bombe a orologeria ed è «triste, solitario e finale».


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