lunedì 31 ottobre 2011

L'uomo che

Alberto Moravia, uno dei primi esempi, e tra i più fulgidi, di "uomini che"
Da un po' di anni a questa parte è invalsa la moda autorale di intitolare le proprie opere "l'uomo che (fa qualsiasi cosa)". Quest'uomo, che non si capisce chi sia, è di volta in volta immortalato e presentato al lettore mentre è intento a volte in qualche stramba e tediosa occupazione, altre volte in qualche arte cartomantica o addirittura divinatoria/divina, altre ancora in inquietanti atti di spiritualismo metafisico. C'è chi si diletta a fissare capre e a scambiare la moglie per un cappello (contento lui) e chi tenta di vendere futuro o di pesare cani a ogni angolo di strada. 
"L'uomo che" dei nostri tempi, pur di attirare l'attenzione, si professa, insomma, capace di qualsiasi impresa, dalla più insensata o effimera alla più eclatante ed onnipotente. È vero, ci sono stati precedenti illustri, come "l'uomo che guarda" di alberto moravia, "l'uomo che ride" di victor hugo o "l'uomo che guardava passare i treni" di george simenon. Ma oggi la moda "dell'uomo che" ha tracimato oltre i limiti del buon senso. Tutti sono "uomini che", tutti tentano di farsi notare per qualcosa. L'ingorgo merceologico nel quale siamo immersi costringe i poveri scrittori a ideare titoli finanche imbarazzanti per le loro opere, pur di fermare lo sguardo dal cliente che corre veloce da uno scaffale all'altro. Per ottemperare a tale scopo, l'autore ricorre a titoli che evocano o la banalità sconcertante di un'azione del tutto futile ("ma se mi leggete scoprirete cosa vi si nasconde!") o lo stupore e lo shoc generati da una potenza d'azione (e di scrittura) magnifica e perturbante, riecheggiata con malizia ("guardate di cosa è capace il protagonista del mio libro!"). 
Quando si dice l'anonimia della contemporaneità.

Sta di fatto che questi libri (e questi film, visto che la moda sta invadendo anche il campo cinematografico) sembrano tutti uguali. Il troppo che inonda scaffali e vetrine delle librerie non si sovrasta col titolo, ma con la propria arte. Anzi, non è neanche detto che il successo debba necessariamente arridere allo scrittore: se penso che kafka lasciò detto di bruciare tutte le sue opere
  1. l'uomo che amava i bambini, di christina stead
  2. l'uomo che amava la cina, di simon winchester
  3. l'uomo che amava le isole/l'uomo che era morto, di david herbert lawrence 
  4. l'uomo che amava le tenebre, di dean koontz
  5. l'uomo che amava troppo, di charlotte link
  6. l'uomo che aveva previsto (quasi) tutto, di jean luc porquet
  7. l'uomo che brucia, di massimiliano governi
  8. l'uomo che cade, di don delillo
  9. l'uomo che doveva morire, di claudio gavioli
  10. l'uomo che fissa le capre, di jon ronson 
  11. l'uomo che non credeva in dio, di eugenio scalfari
  12. l'uomo che non ho sposato, di rossana campo 
  13. l'uomo che parlava solo, di lalla romano
  14. l'uomo che pesava i cani, di maurizio milani
  15. l'uomo che piantava gli alberi, di jean giono 
  16. l'uomo che raccoglieva storie, di vincenzo pastore
  17. l'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, di oliver sacks
  18. l'uomo che sussurrava ai cavalli, di nicholas evans
  19. l'uomo che vendeva futuro, di james othmer 
  20. l'uomo che vive dei suoi sogni, di roberto pagnanelli
  21. l'uomo che voleva essere maigret, di maurizio testa
 ad libitum...   


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