lunedì 28 novembre 2011

Intervista a Luciano Gallino. La guerra tra il capitale e i lavoratori è finita (e i lavoratori l’hanno persa) - Paolo Calabrò, 28 novembre 2011



Luciano Gallino è professore emerito, già ordinario di Sociologia, all'Università di Torino. Si occupa da tempo delle trasformazioni del lavoro e dei processi produttivi nell'epoca della globalizzazione. Tra i suoi numerosi volumi: La scomparsa dell'Italia industriale (2003), L'impresa irresponsabile (2005), Con i soldi degli altri (2009) e Finanzcapitalismo (2011). 

L’ultimo suo libro si chiama “FinanzCapitalismo. La civiltà del denaro in crisi”. Che tipo di crisi stiamo attraversando?
È una crisi che ha diverse facce. La più evidente è quella che imperversa sui media, giustamente, la crisi finanziaria. Anche detta crisi dell’economia reale, non soltanto a causa del calo della produzione, ma perché alcuni settori produttivi stanno entrando in una fase di difficoltà permanente. Ma si parla poco di un’altra faccia di questa crisi, quella sociale, della disoccupazione che sta raggiungendo un’ampiezza ormai mondiale, in Paesi cosiddetti “sviluppati” che avevavo dimenticato crisi simili (non avendone più subite da molti decenni). L’altro aspetto dimenticato è quello dell’ecologia, la cui crisi è passata in secondo piano rispetto ai problema economici, ritenuti più urgenti.
Lo scopo dell’economia capitalistica è accumulare la ricchezza. La finanza non è forse la massima espressione di questa intenzione?
L’economia capitalistica ha per lungo tempo accumulato ricchezza producendo merci (non che non c’entrasse la finanza: la finanza esiste da secoli, era già molto sviluppata alla metà dell’Ottocento). Ma il meccanismo di base era finanziare la produzione di merci e guadagnare in conseguenza della vendita delle merci. Il capitalismo finanziario ha soppresso il termine intermedio: esso produce il denaro mediante il denaro, senza produrre nessuna merce. Le transazioni in Borsa (che a moltissimi creano ansia, più volte al giorno) sono per l’80% puramente speculative, che non sono servite per costruire scuole o ospedali o prodotti utili alla persona. La finanza ha travalicato le sue importanti - ed entro certi limiti essenziali - funzioni: quelle di garantire il risparmio, assicurare i mezzi di pagamento, concedere prestiti. L’odierna finanza è come un motore inceppato che alimenta solo se stesso, con le conseguenze che tutti conosciamo.

È facile fare finanza “con i soldi degli altri”, come recita un altro Suo significativo titolo. Ma il paradosso è poi che sono proprio questi “altri” a farne le spese.
Con quel titolo intendevo riprendere il titolo un saggio economico dei primi del Novecento, in cui l’autore attacca duramente le Banche. Io a mia volta mi riferivo ai cosiddetti Investitori istituzionali, ai Fondi pensione, i Fondi comuni e altre componenti delle Assicurazioni, che gestiscono i fondi dei lavoratori, per un ammontare che va dai 26 ai 28 trilioni di dollari, cioè quasi la metà del PIL mondiale. Questo denaro viene gestito in un modo che anche i risparmiatori alla fine trovano utile, cioè con l’obiettivo del massimo rendimento; il problema è che, essendo questo l’unico obiettivo, i fondi vengono indifferentemente utilizzati per finanziare servizi alla persona o armamenti nucleari. Non fa differenza: conta solo il massimo rendimento. Gli investitori istituzionali sono dunque soggetti spregiudicati che non hanno nessun interesse a investire dove può essere più utile alla società. In particolare, il “capitale del lavoro” non ha nessuna possibilità di indirizzare le proprie risorse: la scelta è affidata completamente (e ciecamente), appunto, agli investitori istituzionali.
In quel libro parla anche del “Partito di Davos”. Che cos’è?
Ho utilizzato quest’espressione per designare quell’associazione di manager, imprenditori e politici di altissimo rango che si sono assunti il compito di diffondere nel mondo i principi del credo neoliberale che riguarda certo l’economia, ma anche la politica e perfino l’istruzione, la gestione dei beni pubblici e così via. Questa associazione si riunisce ogni anno tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, nella cittadina svizzera di Davos. C’è anche lì qualche eccezione: non tutti sono seguaci dell’ideologia neoliberale, ma resta il fatto che da lì emergono quelle che saranon poi le indicazioni strategiche per i governi di tutto il mondo. Unico obiettivo: liberalizzare ulteriormente l’economia (nonostante i disastri che ciò comporta, e che sono sotto gli occhi di tutti).
Il suo giudizio sul governo Monti?
Sembrerebbero tutte persone serie e competenti. Ma per esprimere un giudizio vorrei attendere qualche provvedimento concreto, mentre finora non si è parlato che di intenti. Qualcuno è andato a pescare articoli scritti magari mesi fa da questo o quel membro del governo, per carpirne le intenzioni o le inclinazioni; ma la verità è che senza vedere il pacchetto delle riforme proposte, è impossibile valutare. È chiaro che si tratta - in modo piuttosto omogeneo - di un gruppo di esponenti del pensiero neoliberale; tuttavia c’è la speranza che davanti ai problemi di un Paese come l’Italia le ricette politiche possano essere meno neoliberali di quanto si potrebbe temere. Di fronte ai fatti, non mancherò di prendere posizione.
Alcuni giornali stanno parlando di questo governo come di un emissario della finanza internazionale venuto a dettar legge in Italia (si è parlato al riguardo di “complotto”). Cosa ne pensa?
Comincerei col dire che quella di complotto è un’idea tipicamente di destra, mentre la sinistra non ha mai avuto bisogno di una simile categoria per riconoscere la realtà di fatto del dominio economico dei grandi patrimoni sulla vita di milioni di persone. I detentori dei grandi capitali non hanno bisogno di nessun complotto per continuare a esercitare il loro dominio: quello che si può fare è cercare di contrastare questa azione approfittando dei propri margini di manovra (anche, per così dire, geopolitici: in Italia nel dopoguerra, grazie anche a una sinistra e a un sindacato forti, ma soprattutto a causa del “nemico russo”, la classe dominante ha ritenuto opportuno rinunciare a una parte dei propri privilegi in favore delle classi più svantaggiate - rinuncia tutto sommato modesta rispetto al paventato rischio del comunismo). Sono meccanismi che - pur di riuscire a leggerli - si svolgono alla luce del sole.


Com’è la situazione del lavoro in Italia? 
Direi che sta diventando molto grave: abbiamo almeno 4-5 milioni di lavoratori precari che ormai non sono più ventenni con la speranza di un futuro più stabile, e che continuano ad aggrapparsi a contratti a termine. Sono le vittime del lavoro flessibile voluto dalla vigente legislazione, che ha moltiplicato fino a 40 volte la tipologia dei contratti “atipici”: si tratta di persone intorno ai 40 anni, che guadagnano circa 10.000 euro all’anno e sanno che ad attenderli vi saranno pensioni ben misere. Accanto a questi, vi sono i milioni di lavoratori in cassa integrazione e quelli che hanno perso il lavoro o rischiano di perderlo da un momento all’altro. Tanto nella piccola quanto nella grande azienda: penso a FIAT, che prevede la cassa integrazione fino al 2013. Non si tratta tuttavia di un problema solo italiano: negli Stati Uniti, che qualcuno ha ancora il coraggio di proporre come modello, la situazione del lavoro è altrettanto disastrosa. Ma, tornando all’Italia, quello che spaventa di più è proprio la crisi della grande azienda: la stessa Finmeccanica, ultima grande azienda manifatturiera, sembra star scomparendo. Basti pensare al dato automobilistico: la FIAT quest’anno produrrà forse 500.000 vetture. La sola tedesca Volkswagen ne produrrà 5.000.000. Questo anche perché i tedeschi hanno investito di più in ricerca e sviluppo, hanno stabilito dei piani per la ridistribuzione dell’orario di lavoro (in modo da non licenziare); mentre in Italia ci si è affidati esclusivamente agli ammortizzatori sociali.
Un giudizio su Marchionne. 
Ho scritto una decina di articoli in cui esprimevo le mie perplessità sulle tattiche di Marchionne, che mi spiace di veder sempre più confermate dai fatti. L’Italia era il secondo produttore europeo di automobili, ora è solo l’ottavo.
E un giudizio squisitamente personale su Marchionne? Sulla sua nuova versione del metodo “il bastone e la carota”, basata solo su bastone (ma con l’aggiunta di minacce e ultimatum).
Preferirei parlare dei comportamenti più che della persona in sé. A me pare che lui abbia una visione molto arcaica - e per certi aspetti direi anche reazionaria - delle relazioni industriali. Proporre il modello americano come se fosse più avanzato del nostro è roba da audaci; o da chi ignori che i rapporti sindacali in America sono molto più arretrati di quelli italiani (ma anche francesi o tedeschi). Marchionne porta avanti un modo di intendere le relazioni industriali che spesso viene criticato negli stessi Stati Uniti.
Quattro anni fa ha scritto un libro dal titolo “Italia in frantumi”. È possibile ricomporre i pezzi di quest’Italia lacerata?
Più che possibile, direi che è necessario: i rischi sono troppo elevati, non abbiamo alternative. Certamente non ci hanno giovato i diciassette anni di Berlusconi (che speriamo sia definitivamente caduto), che hanno inasprito le divisioni, con quella sorta di “lode dell’illegalità” diffusa nel Paese per cui sembrava che pagare le tasse, rispettare le regole e compiere il proprio dovere con onestà, fosse qualcosa da stupidi, quasi qualcosa di cui vergognarsi. Questo ha alimentato molto le divisioni del tessuto sociale. Ma io penso che nonostante il tasso di inciviltà raggiunto in questi anni, siano ancora molti i cittadini desiderosi di una convivenza migliore. È il nostro compito per i prossimi anni.




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