lunedì 19 novembre 2012

Aligi Pontani, Agnelli e Moratti, una farsa che ha stancato - 19 novembre 2012, La Repubblica.it

Reagiscono così: col sangue agli occhi (l'Inter) o a sangue freddo (la Juventus). Ma non ha nulla di interessante questa marcata diversità di stile di due club, i due più vincenti della storia calcistica italiana, che sembrano per il resto accomunati dalla stessa ossessione, diventata ormai rovinosa. Non si sa chi ne esca peggio, da questa giornata in cui entrambi hanno affondato le mani nel loro repertorio preferito: Calciopoli, Calciopoli, Calciopoli. Il "passato che non vorrei rivedere" dell'ossessionato Moratti di fronte al rigore non dato; il "clicca qui" dell'ossessionata Juventus, col link sul sito per rimandare alla relazione di Palazzi sui segreti dell'Inter negli anni dello scandalo.

Se qualcuno all'estero continuasse davvero a seguire il calcio italiano, proverebbe tristezza o forse compassione per questa schermaglia continua e angosciante: più che di provincia decaduta sa ormai di bega di quartiere. Un calcio che da quel 2006 in poi, guidato con illuminata saggezza da gente che infatti è pronta a ricandidarsi per finire l'opera, ha saputo vincere pochissimo e perdere tantissimo: spettatori, abbonati, appeal, credibilità, passione, soldi, campioni, allenatori, faccia. La colpa, dicono i presidenti, sarebbe degli stadi vecchi e inospitali, da rinnovare approvando in fretta e furia una legge, scritta, però, per fare dello stadio il centro di un quartiere, da costruire in deroga alle regole e alle tutele ambientali. Sarebbe questa la riforma da fare per salvarci dal declino e dalla povertà sportiva? Nessuno che dica che forse per salvarci servirebbe gente capace di avere un progetto per il futuro, invece di scannarsi sui rifiuti tossici del passato. Servirebbero presidenti - di federazioni, di leghe, di club, di Coni - in grado di evitare la farsa di ridicoli tavoli della pace  che durano due ore e pensare a una sorta di conferenza permanente per cambiare quello che va cambiato, che è tanto: la struttura arbitrale, certo, gli stadi, come no, la giustizia sportiva, è evidente. Ma anche il rapporto ormai patologico con le televisioni, peraltro sinistramente legato a una data di scadenza (il 2015), quella dei contratti, oltre la quale la malattia potrebbe decretare la morte del paziente, o la struttura abnorme e drogata dei tornei professionistici,  il crac di quelli semiprofessionistici, l'abbandono del settore giovanile e scolastico, lo strapotere dei procuratori, i limiti ai contratti, eccetera eccetera eccetera.

Di fronte a questa opera immane, che pure il presidente della Juventus, Andrea Agnelli, deve avere ben chiara, se del ruolo di riformista ha voluto investirsi davanti a suoi azionisti, i due club più titolati in Italia sono sembrati come i duellanti di Conrad, o ancora peggio: due soldati rimasti soli a menarsi sciabolate mentre il loro mondo si sfascia. Quello che forse né Moratti né Agnelli sembrano aver percepito, troppo sensibili agli applausi delle rispettive e certo numerosissime claque di tifosi, è che questa faida ha stancato tutti gli altri, che sono anche loro numerosissimi: diciamo pure il resto degli italiani ancora ostinatamente appassionati al loro sport preferito, che resterebbe pur sempre un bene comune da difendere. Inutile contare su chi lo gestisce, rigorosamente chiuso in un penoso silenzio, accentuato dalle scadenze elettorali: vuoi tenerti la poltrona? Stai fermo e zitto. E a guardare la tv, non c'è tanto da sperare neppure nei politici, vecchi o nuovi, che sullo sport dicono cose che non si sentono neppure al bar. Coraggio, allora, aspettiamo il 2015, quando andando avanti così le tv staccheranno la spina. Sulle rovine di ciò che resta, a sangue caldo o a sangue freddo, qualcuno troverà il modo di dire che è stata tutta colpa di Calciopoli.


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